Giornalismo sotto attacco in Italia

Guerra USA-Iran: scongiurare l’escalation

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L’articolo che segue non ha alcun altro intento che far emergere notizie facilmente reperibili in rete attraverso normalissimi motori di ricerca e quindi presenti sotto gli occhi di tutti. Notizie che il governo italiano sicuramente già conosce per lo stesso mezzo, se non per via diplomatica (ammesso che il nostro solerte ministro degli esteri se ne sia accorto e abbia riferito alla Premier), e che sembra sottacere anche a noi, osservatori disattenti. L’articolo ha invece l’intento di renderci tutti consapevoli – mentre discutiamo delle nostre faccende, del post-referendum, delle dimissioni dei ministri, delle candidature alle primarie del cosiddetto “campo largo” –  del fatto che siamo sull’orlo di un baratro chiamato: “Escalation della Guerra contro l’Iran”. Una guerra non ipotetica, non da intraprendersi, forse fra qualche anno, ma proprio adesso in atto ed estremamente attuale, Una guerra la cui escalation è in corso di preparazione nell’indifferenza e ignavia di tutti, come lo era quella precedente e quella di prima, che poi ci sono sembrate scoppiare all’improvviso. Un articolo questo per spronarci ad agire, non solo attraverso le nostre solite rumorose e folclaristiche manifestazioni per la pace, a bandiere arcobaleno spiegate, ma con richiami di ognuno di noi alle forze politiche con cui siamo in contatto affinché facciamo pressione sul governo, e questo a sua volta faccia sentire alta la sua voce al suo privilegiato alleato statunitense assieme ai suoi alleati europei, visto che non ascolta nessuno quando è pronto a fare quella cosa che da lui si chiama pace e da noi invece, da che mondo è mondo, si chiama giustamente guerra.

Per farlo, cioè per renderci tutti più consapevoli, osserviamo attentamente questa immagine che ho personalmente prelevato e tradotto da un sito web russo: essa schematizza la “città missilistica” dell’Iran che si trova a Yazd, nascosta a circa 500 metri di profondità all’interno di una montagna di granito che ha circa 300 milioni di anni ed ha una resistenza nettamente superiore a quella di qualsiasi bunker di cemento armato. Il complesso sotterraneo di Yazd non è un semplice deposito di stoccaggio, è una fabbrica che assembla e fornisce i missili (che secondo Trump dovrebbero già essere tutti esauriti o distrutti) alle rampe di lancio sparse nel Paese. Esso dispone di diverse uscite e di tunnel su versanti differenti della montagna e di un sistema ferroviario interno.

Ebbene, faccio notare che la bomba anti-bunker più potente posseduta dagli Stati Uniti, la GBU-57 MOP, denominata anche “bunker buster” (distruttrice dei bunker), impiegata durante la scorsa guerra contro l’Iran, e che avrebbe dovuto annientare i suoi siti pericolosi, è in grado di penetrare oltre 60 metri di terreno e fino a 18 metri di cemento armato, ma non riesce a bucare una montagna come questa e arrivare alla cavità che si trova sotto circa 440 metri di roccia granitica, che è più resistente dello stesso cemento armato.

Dopo aver osservato quest’immagine e averla tradotta dall’arabo, mi sono messo a cercare informazioni per capire di cosa stessimo parlando e ho trovato quanto segue:

geologia contro penetrazione: sebbene la GBU-57A/B MOP sia il predatore apicale delle bombe a penetrazione, i suoi “60 metri” di capacità si riferiscono solitamente terreno. Il granito di Yazd, con 300 milioni di anni di compressione geologica, offre una resistenza meccanica e una densità che riducono drasticamente l’efficacia cinetica dell’ordigno;

il fattore profondità: con l’installazione a 500 metri, la base si trova ben oltre la portata di un colpo diretto. Anche ipotizzando che la MOP possa scendere a profondità maggiori in terreni soffici, una roccia ignea (o magmatica) come questa agisce da scudo naturale, uno scudo quasi impenetrabile per l’energia cinetica di bombe come la MOP;

ridondanza e logistica: questa struttura non è solo un deposito, ma un centro operativo dinamico dove i missili vengono prodotti in continuazione, assemblati, trasportati e lanciati: ecco perché anche dopo la “vittoria” annunciata da Trump, i lanci iraniani continuano. Inoltre, la presenza di uscite multiple su diversi versanti della montagna e di un sistema ferroviario interno ci fa capire che colpire un singolo ingresso non neutralizzerebbe la base, poiché il complesso è progettato per mantenere la mobilità interna anche in caso di parziale crollo di uno o più tunnel.

Quindi, la protezione naturale della montagna, trasforma la sfida da una questione di “potenza della bomba” a una di “precisione chirurgica” sugli ingressi o sulle infrastrutture esterne, cioè gli impianti di ventilazione e di comunicazione, piuttosto che sulla distruzione del nucleo centrale che appare pressoché irraggiungibile con le munizioni impiegate oggi dagli Stati Uniti, di cui il loro presidente decanta le proprietà taumaturgiche.

Allora voi direte, va bene, ma supponendo di poter concentrare tutto il fuoco su questa base e scavarla con esplosioni successive mirate allo stesso punto, una volta espugnata il gioco sarebbe fatto. La risposta purtroppo non è molto esaltante: secondo diverse stime di intelligence e analisi satellitari aggiornate, oggi come oggi l’Iran gestisce una rete di queste strutture molto estesa, sembra siano 27, sparse in ogni provincia e città del Paese. Le chiamano “città dei missili” e si trovano tutte a profondità che vanno dai 150 ai 500 metri.

Alcuni esempi. Khorramabad (Lorestan): è considerata una delle più grandi basi e funge da hub principale per lo stoccaggio e lancio dei missili a medio raggio Shahab-3; Isola di Qeshm: è una vera e propria fortezza sotterranea situata nello Stretto di Hormuz, cruciale per il controllo del transito petrolifero mondiale; Cluster di Kermanshah: si tratta di un’istallazione che ricomprende diverse basi come Kenesht Canyon e Panj Pelleh, orientate in modo da raggiungere obiettivi dislocati a ovest; Siti nel Sud: si tratta di almeno 9 basi missilistiche strategiche al di sotto del 31° parallelo, incluse quelle vicino a Shiraz e Khormuj.

Non essendo concentrate in un unico punto, ma distribuite strategicamente per coprire l’intero territorio, la distruzione di una (semmai sia possibile) non risolverebbe il problema, a differenza da quanto dice Trump.

Le tipologie di strutture variano. Oltre ai depositi missilistici, l’Iran dispone di basi aeree sotterranee, come Oghab 44, che sono capaci di ospitare aerei caccia, bombardieri e droni. Alcuni siti, come ad esempio Khormuj, utilizzano sistemi di lancio a silos multipli, che permette di sparare missili senza portarli in superfice, ma muovendoli fino all’uno o all’altro silos mediante treni che viaggiano su binari interni.

Come hanno riportato alcune inchieste giornalistiche (El Pais English, Al Jazeera), nonostante intensi attacchi aerei contro gli ingressi dei tunnel, portati durante i recenti conflitti, molte di queste basi, se non tutte, grazie alla loro profondità sono rimaste operative, poiché sono tecnicamente indistruttibili nel loro nocciolo più profondo mediante un colpo singolo scagliato mediante missili o bombe a penetrazione, e sono anche capaci di ripristinare in tempi brevissimi gli accessi eventualmente danneggiati (intorno alle 48 ore).

La loro “inviolabilità” dipende dal fatto di trovarsi a profondità che superano i 100-200 metri e arrivano ai 500, come Yazd, quella riprodotta nell’immagine che abbiamo visto. Altre, come Oghab 44 e Natanz coi suoi nuovi tunnel, si trovano a oltre 100 metri, cioè ben oltre la portata massima delle bombe GBU-57, che possono penetrare fino a circa 60 metri di terreno o 18 metri di calcestruzzo standard.

Ciò che fa la differenza è il “fattore geologico”, cioè la resistenza del granito di cui sono composte le montagne sovrastanti queste “città sotterranee”, e l’uso da parte dell’Iran di un cemento armato altamente duro e forte chiamato “Ultra-High Performance Concrete” o UHPC (che significa, Calcestruzzo ad Altissime Prestazioni). Ciò riduce ulteriormente l’efficacia delle testate cinetiche come la MOP, specialmente quando le basi sono coperte da uno strato di roccia ignea (cioè, nata dal raffreddamento di magma o lava, composta da cristalli minerali, come il granito, raffreddatisi lentamente nel chiuso del terreno, o come il basalto, raffreddatosi velocemente in superficie. Ciò riduce drasticamente la capacità di perforazione della bomba MOP, rendendo protetto il nucleo centrale di quasi tutte queste basi scavate sotto la Zagros, cioè la catena montuosa iraniana, che si estende dall’Iraq nord-orientale per circa 1.600 km, attraverso l’Iran occidentale fino allo stretto di Hormuz, con vette che superano i 4.000 msl.

Durante le operazioni belliche del 2025, gli USA hanno preso di mira siti come Fordow, Natanz e Isfahan. Tuttavia, rapporti recenti indicano che, sebbene alcune strutture di superficie e accessi siano stati danneggiati, le aree operative profonde (comprendenti le centrifughe nucleari e i depositi missilistici) in gran parte sono rimaste intatte.

Da notizie reperite in rete, sappiamo che per superare questi limiti, l’aviazione statunitense si sta addestrando a lanciare due o più superbombe GBU-57 in rapida sequenza sullo stesso punto GPS: la prima creerebbe un cratere, permettendo alla seconda di penetrare più a fondo, e così via. Nonostante ciò, raggiungere il cuore operativo di quasi tutte le 27 basi (posto tra i 100-200 metri e i 500 metri di profondità del sito Yazd) per gli armamenti convenzionali oggi esistenti rimane un’impresa quasi impossibile, sebbene altamente penetranti come le GBU-57.

Cosa faranno quindi gli Stati Uniti, non appena Trump uscirà dalla bolla autocelebrativa nella quale si è posto annunciando di aver totalmente distrutto marina, aviazione e arsenale missilistico iraniano? Dovrà adottare delle tecniche per distruggere i condotti di ventilazione di questi siti, che sono il loro vero “tallone d’Achille”. Infatti, se il cuore della fortezza è indistruttibile, i sistemi che permettono ai soldati di respirare e ai missili di uscire sono vulnerabili. Per questo motivo gli iraniani hanno adottato varie contromisure, come sistemi a “gomito” e labirinti che rendono i condotti di ventilazione indiretti e orizzontali seguendo percorsi a zigzag scavati nella roccia: ciò dissipa l’onda d’urto prima che raggiunga i livelli abitati.

Anche l’uso di grandi paratie in acciaio che si attivano in millisecondi all’aumento improvviso della pressione dell’aria e del calore estremo sigillando ermeticamente il settore. Così come filtri NBCR avanzati che bloccano agenti chimici o termobarici (che aspirano l’ossigeno dai tunnel), sistemi di filtraggio a stadi multipli e riserve d’ossigeno autonome, come quelle esistenti nei sottomarini. Infine, molti camini di ventilazione sono falsi per indurre il nemico a sprecare costosissime munizioni di precisione su obiettivi vuoti, mentre i camini veri sono nascosti tra formazioni rocciose naturali o camuffati da edifici sparsi sul territorio. Tutti questi accorgimenti di cui l’Iran dispone, poiché costruiti negli anni precedenti con pazienza e riservatezza saranno obiettivi da scovare e distruggere, e ciò, come vedremo, sarà fatto nei mesi prossimi se una soluzione negoziale non sarà intrapresa.

Tutte le informazioni riportate in questo articolo provengono da fonti facilmente accessibili come: dichiarazioni ufficiali iraniane, analisi satellitari, report di intelligence e difesa, media internazionali, specifiche tecniche militari. Quindi, mentre l’esistenza e la profondità lelle fortezze sotterranee sono spesso rivendicate dall’Iran a scopo di deterrenza, la loro effettiva configurazione e vulnerabilità sono costantemente oggetto di investigazione mediante il telerilevamento e le analisi di esperti militari indipendenti.

Trump non può non esserne consapevole: quindi perché mente? C’è un divario netto tra la retorica politica e la realtà geologica. L’ottimismo ostentato da Trump si basa solitamente su tre pilastri che cercano di aggirare l’impenetrabilità della roccia.

Gli USA sanno che distruggere 500 metri di granito è impossibile. Il loro obiettivo non consiste nel polverizzare la base sotterranea, ma sigillarla attraverso la demolizione di tutti gli ingressi e i condotti di ventilazione con diverse bombe MOP, trasformando la fortezza in una tomba: se i missili e le centrifughe nucleari contenuti nella base restano intatti, tuttavia non possono più uscire o continuare l’arricchimento.

Nel 2010, gli Stati Uniti progettarono un software informatico chiamato Stuxnet che sabotò il programma nucleare iraniano danneggiando le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Questo sistema, noto per la sua estrema complessità, ha infettato i sistemi Windows iraniani sfruttando vulnerabilità sconosciute, mirando specificamente ai controllori logici. Come ha insegnato questo espediente, la profondità non protegge dai bit informatici. Se i sistemi di controllo delle centrali di lancio dei missili o dei macchinari ferroviari interni vengono hackerati, la base si paralizza e non spara più un colpo.

Infine, una base a 500 metri di profondità richiede una manutenzione costante, energia elettrica massiccia e rifornimenti continui: tagliando i “nervi” esterni, cioè centrali elettriche, sistemi di comunicazione, strade, logistica, ecc., la fortezza sotterranea perde la sua utilità bellica. Ma gli iraniani avranno ovviamente previsto questo tipo di attacco tendente a sigillare fisicamente o funzionalmente le proprie basi, e avranno certamente adottato “conto-contromisure” come l’uso di fibre ottiche interne, generatori di corrente ridondanti, uscite multiple ancora più nascoste in aggiunta alle multiple già normalmente nascoste. Ciò renderà per Trump la “soluzione rapida” della crisi molto più lunga e complessa di quanto la narrativa d’oggi con i suoi partner gli suggerisce e quella elettorale per le elezioni di mid-term gli suggerirà. Si tratta di una partita a scacchi dove il difensore ha il vantaggio della gravità e della massa rocciosa. E intanto il tempo gioca a suo favore, perché sotto tonnellate di roccia le centrifughe nucleari girano all’impazzata.

È sapendo questo che Trump ha nel frattempo fatto “avvicinare” i 3.000 Marines e rinforzi dell’82° Divisione Aviotrasportata in Medio Oriente, il che segna un cambio di passo, già segnalato nel mio precedente articolo qui pubblicato il 19 marzo (“Guerra USA-IRAN Il Vietnam prossimo futuro di Trump”). Sebbene il Segretario di Stato Marco Rubio abbia dichiarato che gli obiettivi possono essere raggiunti senza truppe di terra su larga scala (non escludendo quelle su scala più ridotta), il Pentagono ha già pronti piani per una “fase nuova e più pericolosa” della guerra (che Trump, come il suo mentore Putin chiama “SVO, Specialnaya Voennaya Operazia”, cioè Operazione Militare Speciale). I 14 giorni che lì indicavo come finestra temporale ci portano al 3 aprile, ma già la USS Tripoli, come dicevo, dalla sua base in Giappone è giunta nel Golfo Persico. Entro tale data, sperando che le mie previsioni siano sbagliate, gli Stati Uniti metteranno in atto raid e sabotaggi (non invasione su larga scala, per ora): l’obiettivo che gli analisti vedono sarebbe quello di mettere “gli stivali a terra” proprio sopra i tunnel per piazzare cariche esplosive speciali direttamente negli ingressi o nei condotti di ventilazione, neutralizzando le basi dall’esterno. L’invio di paracadutisti e unità anfibie offre la “massima opzionalità” (come il Pentagono la definisce): se questi bombardamenti non bastano a fermare i lanci dai tunnel profondi, come quello di Yazd, resta comunque l’opzione di distruggere le infrastrutture di supporto in superficie e sigillare la fortezza rendendola una tomba sotterranea.

Un altro focus, suggerito dalla USS Tripoli stessa con i suoi quasi 3.000 Marines, riguarderà la riapertura dello Stretto di Hormuz e la possibile occupazione di punti chiave come l’isola di Kharg (cuore dell’export petrolifero iraniano). Parte dei piani, inoltre, riguarderebbero la messa in sicurezza degli stock di uranio arricchito in siti come Natanz: operazione che richiede necessariamente la presenza fisica di soldati per evitare contaminazioni o fughe di materiale, che invece i bombardamenti farebbero rischiare.

Le previsioni sulla tempistica dipendono dall’incrocio tra la finestra diplomatica (leggi: le trattative, vere o fasulle, come la volta precedente, tra emissari iraniani e statunitensi in Pakistan) e i movimenti logistici sul campo (cioè: i 14 giorni, di cui si era detto e ormai in scadenza, per l’arrivo della USS Tripoli nel teatro delle operazioni).

Quali sono gli ulteriori segnali da monitorare nelle prossime settimane (giorni, od ore)? Le evacuazioni di personale non essenziale delle ambasciate occidentali della regione; i movimenti aerei, come l’arrivo nelle basi di Diego Garcia e di Fairford dei bombardieri B-2 Spirit (gli unici in grado di lanciare le GBU-57); le “grandi manovre congiunte USA-Israele” per sopprimere la difesa aerea residua iraniana. Ma, attenzione: nel frattempo notizie certe, reperibili in rete anche da parte del nostro governo se non ottenibili per via diplomatica, indicano che gli Ospedali da Campo (EMEDS) sono stati già dispiegati in basi strategiche in Qatar e Gibuti, e anche il Medical Center di Landstuhl in Germania è stato posto in stato di “allerta elevata”, con aumento del personale e delle scorte di sangue che sono state spedite anche in Kuwait e Bahrein: una mossa che storicamente avviene solo quando si prevede un numero significativo di perdite nel breve periodo.

Questi segnali, uniti ai movimenti del genio militare in atto, confermano che gli USA non stanno solo posizionando truppe, ma che stanno letteralmente preparandosi a sostenere un attacco effettivo. Quale altro segnale vuole attendere il nostro governo, assieme ai suoi alleati europei e dell’Alleanza Atlantica, per intervenire decisamente e autorevolmente sull’alleato statunitense, esercitando tutte le pressioni possibili (e ce ne sono molte che potrebbero essere esercitate, ma questo richiederebbe un altro articolo), affinché receda dal suo chiarissimo proposito e si decida a risolvere il conflitto solo attraverso la via diplomatica, facendo risparmiare all’Italia, all’Europa e a tutto il mondo, nell’ipotesi minore, mesi e mesi di recessione, stagnazione e chi sa cos’altro.


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