Colpo di scena sul caso del documentario su Giulio Regeni: si sono dimessi due membri della commissione ministeriale incaricata di valutare i finanziamenti al cinema, Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti. Le dimissioni, arrivate nelle stesse ore in cui esplodeva la polemica, hanno alimentato dubbi sulla trasparenza e sul funzionamento del sistema di assegnazione dei fondi pubblici.
A scatenare un’ondata di indignazione nazionale è stata la decisione del ministero della Cultura di non finanziare il documentario “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti. L’opera, che ricostruisce la vicenda del ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016, è stata giudicata “non meritevole di sostegno pubblico” nonostante il riconoscimento del Nastro della legalità 2026 e la diffusione già avviata nelle sale.
Le reazioni politiche sono state immediate. Il Partito Democratico, guidato da Elly Schlein, ha parlato di una scelta incomprensibile, mentre la capogruppo Chiara Braga ha chiesto chiarimenti sulle motivazioni. Critiche anche da parte di Riccardo Magi e Angelo Bonelli, che evocano rispettivamente incompetenza o addirittura censura.
Il caso si inserisce nel più ampio dibattito sulla riforma del sistema di finanziamento al cinema voluta dal governo di Giorgia Meloni, accusata dalle opposizioni di aver aumentato la discrezionalità e ridotto la trasparenza.
Intanto, mentre il documentario trova spazio anche fuori dai circuiti istituzionali — con 76 università aderenti a un’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo — il ministro della Cultura Alessandro Giuli è atteso domani alla Camera per riferire sulla vicenda durante il question time.
Una crisi che da caso culturale si è trasformata rapidamente in un nodo politico nazionale.
