Giornalismo sotto attacco in Italia

“Un couple”, di Frederick Wiseman, Fra, 2022. Con Natalie Boutefeu

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La prevalenza della vita sull’arte. In programmazione su Raiplay.

Il grande documentarista americano Frederick Wiseman, Premio Oscar alla carriera nel 2017, scomparso lo scorso febbraio all’età di 96 anni, realizza in Francia il suo primo film di finzione, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia del 2022, mettendo in scena una donna, Sofja Tolstoj, detta Sonja (interpretata da una straordinaria Natalie Boutefeu), moglie del grande romanziere russo, che, attraverso un intenso e struggente monologo tratto dai suoi diari e dalle lettere che si scambiava, tra le mura domestiche, con il celebre marito, racconta il suo amore impossibile per il coniuge, con il quale condivise trent’anni di vita e tredici figli, ma che rimase sempre così lontano dalla sua sensibilità di donna.

Sofja si muove tra la casa e lo splendido giardino che sconfina sul mare (il film è stato girato nell’incantevole isola bretone di Belle-île), rivolgendosi allo spettatore, spesso ristretta in angusti primi piani che ne sottolineano l’estrema solitudine, come immersa in una confessione fiume, che delinea i contorni di una infelicità coniugale senza soluzione. L’amore di Sofja per il marito è fatto di una devozione che viene costantemente tradita dalla disattenzione dell’uomo, spesso cinico verso la donna, chiuso nella propria arte, e cieco alle sue tante attenzioni, frutto di una sensibilità straordinaria, non inferiore a quella che il marito, invece, riserva alle pagine dei suoi grandi romanzi. Sta proprio in questo paradossale contrasto il nocciolo del film di Wiseman. L’incapacità dell’intellettuale russo di vivere quelle emozioni che riesce a riversare soltanto sulla pagina e che sembra non volere o sapere manifestare nella realtà di ogni giorno. La riflessione che il film impone è, dunque, quella sulla distanza tra i sentimenti interiori dello scrittore, perennemente e metaforicamente tenuto sempre fuoricampo dal regista, come una sorta di fantasma impossibilitato a manifestarsi come umano, e quelli quotidianamente vissuti, nel silenzio assordante dell’incondivisione e dell’incomunicabilità, dalla moglie. Non prova risentimento, Sofja, soltanto profondo dolore per questa incomprensione che diventa necessità e desiderio di sentirsi amata. Il suo monologo diventa, alla fine, un’invocazione, se non una preghiera, a chi, non comprendendo, rischia di fare morire quei sentimenti che sono l’unica ragione che l’essere umano può mettere in campo per giustificare la propria grandezza. Anche il rivolgersi a Dio di Sofja, perché esaudisca questo suo bisogno di un amore condiviso, non è altro che la testimonianza più alta di come la vita venga, comunque e sempre, prima dell’arte, anche di quella somma e inarrivabile dell’autore di “Anna Karenina” e “Guerra e pace”.


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