A Rimini Fellini calls, i libri del centenario. Aldo Tassone 23 ½

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E siamo così giunti al Papa. Chi altri se non Aldo Tassone, il decano degli esegeti felliniani, classe 1938, il quale ci dona un libro monumentale in sgargiante veste rosso Ferrari, intitolato Fellini 23 ½ Tutti i film. Tenetevi alla sedia: sono 871 pagine.

Una scorpacciata gargantuesca, ma anche un Messale, considerato il colore. E non utilizzo il termine a caso. Tassone è un religioso, o meglio avrebbe voluto esserlo, ma all’ultimo momento ci ha ripensato, conquistato dal peccatore Fellini, dal cinema e dalla vita stessa, travolgente nelle sembianze irresistibili di una ragazza francese di nome Françoise. Invece di studiare Dio, Aldo si è gettato a capofitto a studiarne lo specchio terreno, l’arte dello schermo, la sua seconda passione (non chiedetemi quale sia la prima), e a scriverne instancabilmente. Si è occupato soprattutto di cinema francese, di cui è diventato uno specialista, stampando molti testi importanti e dirigendo per decenni a Firenze anche un festival sul cinema d’oltralpe insieme a Françoise Pieri divenuta nel frattempo sua moglie. La quale, oltre la tesi di laurea “Fellini scrittore del Marc’Aurelio”, ha dedicato al regista una pubblicazione intitolata Federico Fellini conteur et humoriste 1939-41, intervistando con l’aiuto di Aldo gran parte degli antichi colleghi dal celebre foglio umoristico: Attalo, Giovanni Mosca, Enrico De Seta, Marcello Marchesi, Vittorio Metz, Gabriele Galantara, Anton Germano Rossi, Fulvio Scarpelli, Agenore Incrocci, Steno, e buon ultimi Bernardino Zapponi e Ettore Scola.

Ma simile a tanti che esercitano questo nostro mestiere, Aldo negli anni scrive e scrive senza accorgersi di alimentare dentro di sé un libro ombra, quasi clandestino, di cui non ha piena contezza. Fin quando, giunto in età più che matura, gli è apparso chiaro che doveva farci i conti, e tirarlo fuori dalla pancia forse già bello e pronto. Per nome gli ha assegnato un numero, la somma aritmetica dei film di Fellini, ventitré e mezzo, e l’ha affidato all’ostetrico Gian Luca Farinelli, il patron della Cineteca di Bologna, perché lo portasse alla luce e lo tenesse a battesimo già così erculeo.

Perché tante pagine? Perché il bel tomo, dopo una simpatica introduzione dell’autore di sapore gustosamente personale; dopo la trasposizione letterale di una lunga conversazione – ininterrotta? – con Fellini; dopo un prologo corposo (frutto di Françoise Pieri) dedicato alla collaborazione giovanile del regista al Marc’Aurelio; alla fine si getta nel vivo della filmografia analizzando titolo per titolo con passo, se non marziale, di sicuro ben cadenzato, da alpino che non conosce stanchezza. Non a caso Aldo è un piemontese, nato a Valgrana di Cuneo.

Ogni capitolo esibisce un incipit improntato al pensiero di qualche famoso autore cinematografico, e da quell’introibo si passa allo svolgimento del tema: premessa, narrazione minuziosa del film in ogni piega artistica e produttiva e, al termine, l’appendice con “L’accoglienza critica” in Italia, in Francia e negli Stati Uniti. Un pozzo di notizie.

Se Luci del varietà, un mezzo film, in quanto realizzato a quattro mani da Federico e Lattuada, occupa ventidue pagine del libro, Lo sceicco bianco sale a venticinque, La Dolce Vita a cinquantadue, 8 ½ a trentasei, Casanova a 38, Amarcord a 34. E via procedendo.

Tassone riversa nelle pagine, fin dall’introduzione, tutto ciò che sa, specialmente in area francese da lui frequentata per decenni abitando a Parigi, e distribuisce a manciate perline luccicanti che impreziosiscono l’aureola luminosa dell’amato Federico. Del tipo:

Jaques Tati: “Quando uscii a tarda sera dalla prima proiezione di 8 ½ ero talmente emozionato e sconvolto che, non ricordando più dove avevo parcheggiato al Citroën, dovetti rientrare a casa a piedi, dato che a quell’ora il métro era chiuso”.

Da dove giunge tanta dovizia di reperti e confidenze?

Lo storico e critico del cinema Aldo Tassone si laurea con una tesi su Fellini che, per modestia, non osa pubblicare e tutta la vita continua a raccogliere incessantemente materiale sul regista: “Scoprii che cineasti come Luis Buñuel, Akira Kurosawa, Alain Renais, François Truffaut adoravano Fellini”.

Non osando chiedere un’intervista al Faro in persona (siamo nel 1969), si rivolge a Ennio Flaiano, il quale lo prende a benvolere. E un giorno gli mette in mano una grande cartella con sopra scritto 8 ½  e dentro tutti gli appunti serviti alla preparazione del film, schede sui personaggi, riflessioni, spunti, bozzetti:

“Sulla grande copertina a colori Federico aveva disegnato una gigantesca Saraghina che danza nuda la rumba sulla spiaggia di Rimini davanti a dei collegiali”.

Come accade nelle favole, Tassone ne subisce il sortilegio a cui mai più riuscirà a sottrarsi, fino a quando la buona maga non giungerà a liberarlo:

“Scrivere su Fellini era il sogno di tanti giovani dell’epoca, però io mi sentivo totalmente impreparato. A metà degli anni Sessanta erano già usciti due libri memorabili: “Storia di Federico Fellini” di Angelo Solmi (Rizzoli) e il voluminoso, colto, barocco “Il cinema di Fellini” di Brunello Rondi (Edizioni Bianco e Nero)”.

Ci vorranno decenni di studio, di saggezza e di esperienza, per elaborare la decisione di compiere l’impresa, scrivere cioè questo saggio fluviale sulle nobili orme di Tullio Kezich, il primo vero scrupoloso biografo di Fellini; al quale, insieme a Ennio Flaiano, viene ora intestata la dedica del super volume.

“Riordinando l’archivio cominciai a scrivere un’antologia della critica Felliniana. L’apparizione nel 1987 del monumentale “Fellini” di Tullio Kezich mi spinse a fargli la proposta di inserire nella sua biografia una sezione dedicata all’argomento”.

Kezich declina, lo esorta in cambio a scrivere un libro tutto suo. Ed eccolo varato, con un’affermazione dell’autore che profuma insieme di zolfo e di incenso:

“Completando la storica biografia di Tullio Kezich, questo Fellini 23 ½ ha solo l’ambizione di fornire una bussola ai naviganti”.

Aprendo il grande messale sono letteralmente sprofondato negli apparati dedicati alla critica, un colpo maestro, da vero archivista; perché bisogna leggere quei giudizi su Fellini se si vuole comprendere meglio il cinema e l’Italia, non solo di ieri ma ancor meglio di oggi. Valutare bene dove siamo arrivati, e perché, rispecchiandoci nel volto più ambiguo e spettrale del nostro passato. Sono centinaia di pagine assolutamente imperdibili. Ma basterà soffermarsi sul capolavoro dei capolavori, 8 ½, e cogliere fior da fiore:

Mino Argentieri (Il Contemporaneo): “In fondo nel film si avverte la mancanza di una vera cultura, è il problema di questo autore estroso e geniale come pochi, ma approssimativo e orecchiante”.

Sembra di sentir parlare Jean Rougeul, il pedante intellettuale, il grillo parlante che nel film tormenta tutto il tempo Guido, il protagonista, e alla fine viene opportunamente impiccato in una fantasia ipnagogica.

Edoardo Bruno (Filmcritica): “Nei problemi di Guido non è possibile riconoscere l’uomo moderno…  Manca la società e manca la visione organica dell’insieme”.

Giulio Cesare Castello (Il Punto): “Il film è schematico, superficiale; manca una chiarezza, una logica interna, una spina dorsale narrativa…”

Tommaso Chiaretti (Mondo Nuovo): “8 ½ è una fiera paesana, c’è di tutto… Fellini è un provinciale per origine e spirito”.

Fernaldo Di Giammatteo (Il Ponte): “Fellini rimane un piccolo borghese scettico, mammalone e strafottente, che mette in piazza i suoi personali complessi di frustrazione e vanità”.

Leo Pestelli (La Stampa): “Il semplice titolo di serie, superbamente umile, denota già ineffabilità dei contenuti”.

Vittorio Spinazzola (Film): “Prima che di cultura, il film difetta di coraggio”.

Come vedete siamo di fronte ad autentici profeti, gente che aveva capito tutto.

Chiudo la breve rassegna con un po’ di perfidia citando il commento di Luigi Chiarini riferito a La strada:

“Il film è fiacco, lento e senza ritmo; questa ‘strada’ è un vicolo cieco”.

Cosa mai avremmo dovuto imparare da questi signori? Ciò che colpisce, in particolare, è la cecità ideologica della intellighenzia di sinistra, che ha sempre sbandierato la propria “superiorità morale”.   È desolante considerare da quali mani, da quali menti, molti di noi sono stati forgiati.

Scoppiettanti, sinceri, mesmerizzati, sono invece i commenti dei cineasti nei confronti del loro collega così indiscutibilmente fuori misura.

Elio Petri assicurava: “Federico è davvero un mago che legge nei pensieri”

Luis Bunuel lanciava come un missile l’esultante, provocatorio paradosso: “La dolce vita è il più grande film d’orrore che abbia mai visto!”  O ancora: “Senza minimamente annoiarmi ho rivisto Roma ben tre volte”.

Agnès Varda si esaltava: “Fellini è la nouvelle vague vivente”.

Milan Kundera sentenzia ancor oggi: “È l’ultimo gigante dell’arte moderna”.

Per concludere Tassone ha composto un catalogo nel quale è possibile pescare ogni sorpresa, una enciclopedia in cui sono raccolte gran parte delle possibili ‘voci’ su Fellini di cui vi punga vaghezza. Ma l’ingegnoso espediente dell’autore è di non permetterci di imboccare scorciatoie ricorrendo a un indice analitico, o dei nomi, o degli argomenti; la strada obbligata è leggere per intero le quasi novecento pagine del librone, con la segreta speranza, alla fine, di diventare dotti (quasi) quanto il papa.

Tassone ci ricorda da vicino gli storiografi armati di tabula e calamo al seguito degli imperatori. Di lui amo la costanza, l’onestà intellettuale, la pulizia mentale, e aggiungo la purezza, che dovrebbe essere il primo, augurabile requisito del critico cinematografico o dello storico del cinema.

One thought on “A Rimini Fellini calls, i libri del centenario. Aldo Tassone 23 ½

  1. Merveilleuse critique de l’auteur qui connait parfaitement lui aussi Fellini. Cet article est captivant parcqu’il est complet , spirituel et sans pédanterie.
    Bravissimo Gianfranco!

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