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E’ Stato morto un altro ragazzo, si chiamava Mauro Guerra”⁩

 

Quando la vittima non è esattamente il debole, il buono, il prevaricato che ci si aspetta, quando non incarna esattamente lo stereotipo dell’indifeso, c’è ancora più bisogno di verità. Per segnare il punto su che tipo di giustizia vogliamo e, soprattutto, per chi la vogliamo. E’ il primo pensiero che dovrebbe venire se si pensa alla vicenda di Mauro Guerra. Un giovane di Carmignano di Sant’Urbano, nella bassa che più bassa padovana non si può, nel più profondo Veneto. E’ il pomeriggio del 29 luglio 2015, quando il 32enne viene ammazzato dal maresciallo che comanda la stazione del suo stesso paese.
Quello fu un pomeriggio tragico, pieno di errori, dicono gli avvocati di parte civile. Il primo è stato costringere il malcapitato Mauro Guerra a sottoporsi a un TSO perché gli stessi carabinieri (senza avvallo medico) lo consideravano “violento è pericoloso”. I militari intervenuti erano però sprovvisti di provvedimenti scritti o mandati giudiziari, per questo Mauro si era rifiutato di seguirli. A seguito di una trattativa avviata verso mezzogiorno e che cominciava a farsi sempre più complicata, i carabinieri iniziano a filmare il dialogo con Mauro che si protrae per ore fino al tragico epilogo che si consuma verso le 15 e 30. Alcune di queste immagini sono state mostrate dal programma Chi l’ha visto? Di Federica Sciarelli, l’unica occasione in cui le voci di Giusy ed Elena Guerra si sono sentite fuori dal Veneto. Sui social i commenti erano tutti concentrati sull’atteggiamento tenuto da Mauro, che, mettiamolo in chiaro, non ha mai messo in pericolo nessuno ma non ha creato immediatamente quell’empatia che una vittima di solito provoca. Mauro è allenato, atletico, forte, un po’ arrogante, non incarna appunto lo stereotipo classico della vittima indifesa. Ci si dimentica però che sta subendo un abuso, che è assediato e circondato da ore, che gli argomenti usati contro di lui non sono proporzionati alla forza che viene usata contro di lui. Ci si dimentica che muore, ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere.
Sono una famiglia semplice, i Guerra. Sono uniti, ospitali, lavoratori. Gli è successo però qualcosa di troppo grande da poter affrontare da soli.
Alla sbarra, al processo, l’unico imputato è il maresciallo dei carabinieri Marco Pegoraro, con l’accusa di omicidio come conseguenza di un eccesso colposo di legittima difesa. Ha colpito Mauro, un ragazzo appunto forte, allenato, atletico, con un colpo di pistola sparato da un metro e mezzo di distanza. Secondo la difesa stava divincolandosi da un altro agente che stava tentando di ammanettarlo dopo una corsa disperata tra i campi. A piedi scalzi, in mutande, sulla terra dura in una delle giornate più calde degli ultimi anni. Dove avrebbe potuto andare Mauro? Era pericoloso? Per chi? Sono così tante le domande a cui dare una risposta. Ad esempio le manette. Un carabiniere assicura che le avesse al polso prima di essere colpito e che le usava come arma contro il malcapitato carabiniere. Un altro carabiniere avrebbe dichiarato che “gliele sono state messe dopo, è la prassi”. Dopo lo sparo, nel video, si sente nitida la voce di un altro carabiniere ancora che rivolgendosi a Pegoraro gli dice: “Lo hai beccato quel bastardo? Hai fatto bene maresciallo”. Parole che hanno turbato la famiglia. In questi anni oltre al poco supporto trovato, la famiglia ha dovuto subire altri piccoli dolori che hanno visto spesso protagonisti il figlio piccolo o i nipoti. Il più piccolo che si accorge, passando con lo scuola bus, che l’unica scritta che il comune fa coprire è quella che chiede verità e giustizia per Mauro. Il fratello della vittima che a sedici anni si ritrova in classe, per una lezione sulla legalità, due degli agenti presenti all’assedio di casa sua. Poi c’è stato il divieto a poter mettere una piccola croce nel campo dove il giovane ha perso la vita e tanti altri piccoli episodi che evidentemente non sono stati di aiuto alla famiglia.
Erano tanti i carabinieri che dalle 12 hanno di fatto assediato la casa dei Guerra. Nei video che anche la Sciarelli ha mostrato, si vede Mauro strafottente, si vede Mauro spazientirsi, si si vede Mauro cercar di guadagnare tempo e lo si vede, è l’immagine che ha più colpito, agitare un bilanciere quasi in segno di sfida. Si sentono i genitori, il fratello e la sorella implorare tutti di fare un passo indietro, in tutti i sensi. La famiglia ha assistito a ogni momento. Erano presenti per tutto lo svolgersi degli avvenimenti. Per questo sono testimoni come parte civile al processo. Nell’udienza del 18 luglio sono state sentite la madre e la sorella. Mercoledì 3 tocca al fratello minore, ancora minorenne e il padre Ezio, sessantasei anni. Non si è ancora capito cosa volessero davvero i carabinieri da Mauro Guerra, per quale motivo hanno preso questa iniziativa di imporgli un Tso senza avere l’autorizzazione di nessuno. Forse per cose che aveva scritto su Fb, forse per una presunta manifestazione che avrebbe voluto organizzare contro un Imam, ma chi lo sa. Forse c’è un motivo scatenante che sfugge ai più. Ma non è questo l’importante, perché il fatto vero, la tragedia da cui non è più possibile tornare indietro è che nel deserto padano di Carmignano di Sant’Urbano, in questa Fargo di casa nostra, è Stato morto un altro ragazzo e si chiamava Mauro Guerra.

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