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”. Intervista con Laura Scalfi

“Una società dove non esistano gli invisibili agli occhi dello Stato

”. Intervista con Laura Scalfi

 

Laura Scalfi, preside dell’Istituto Veronesi di Rovereto, è da giorni nell’occhio del ciclone per via di una polemica che ha sollevato sulla sua bacheca Facebook in merito alla gestione della nave Aquarius da parte del ministro degli Interni, Salvini. Criticata aspramente da alcune deputate leghiste, su tutte l’onorevole Vanessa Cattoi, espone in questo colloquio il suo punto di vista. 
”È doverosa una premessa: – asserisce – il sistema scolastico Trentino da qualche anno non prevede gli istituti professionali, poiché la formazione professionale rappresentava e rappresenta la scelta del 22/24 per cento delle famiglie sia per qualità della proposta sia perché la stessa permette di assolvere l’obbligo scolastico, ottenere la qualifica, il diploma tecnico quadriennale, sostenere la maturità ed accedere all’università o a percorsi di formazione tecnica superiore quali l’ITS (da noi alta formazione).
Questo sistema si poggia su istituti pubblici e istituti privati paritari che svolgono un servizio pubblico (gratuito per gli studenti).
Io dirigo uno degli istituti privati paritari che godono sia della parità formativa (settore professionale) sia della parità scolastica ( nuovo liceo Steam international)”.

Quanti anni è che ricopre il ruolo di preside e quale materia insegnava in precedenza?
Io sono preside (direttore di unità operativa) e direttore generale (dirigente) da dieci anni (il primo agosto inizio l’undicesimo anno). Prima mi occupavo di coordinamento didattico e progetti innovativi e prima ancora facevo il docente di matematica e informatica (ho iniziato anni fa).

Lei presiede l’Istituto Veronesi di Rovereto, in provincia di Trento. Quali sono le caratteristiche principali del suo istituto per quanto concerne il tema dell’accoglienza e dell’integrazione?
Nel mio istituto sono iscritti oggi quasi seicento ragazzi di quindici nazionalità diverse, tra questi non solo immigrati ma anche ragazzi portatori di bisogni educativi speciali, molti di fascia c). È evidente che se come insegnanti, dirigenti coordinatori, educatori, tutor e personale ATA non fossimo quotidianamente attenti a mettere al centro lo studente, i suoi bisogni, i suoi talenti e le sue difficoltà una situazione così potrebbe essere potenzialmente una polveriera. 
In primis non parliamo di integrazione ma di inclusione, è un concetto più ampio, perché altrimenti sembra che si debba parlare solo di immigrati, invece con inclusione a scuola vogliamo raccogliere tutti, ribadendo che l’individualità è una ricchezza e il gruppo è il luogo dove questa diventa noi e rende la comunità scolastica più ricca e viva.
Le proposte sono molteplici, forse però il fil rouge che le accomuna è la scelta di dare ad ognuno ciò che serve e ciò di cui ha bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione: non una scuola uguale ma una scuola equa.

Come giudica il modello trentino in proposito?
Il sistema scolastico trentino rappresenta oggi un modello per quanto riguarda i temi dell’inclusione. Abbiamo avuto una politica lungimirante che ha capito che, investendo in modo significativo sulla scuola, ci saremo risparmiati problemi più gravi nel futuro. È un modello che ci rende fieri sia per il livello di competenze raggiunte dai nostri studenti sia per i bassi tassi di abbandono e dispersione sia per i buoni livelli occupazionali sia per l’apprendimento delle lingue straniere (il piano trilinguismo rappresenta una novità nel panorama nazionale) sia, infine, per gli strumenti digitali. Un neo? Abbiamo livelli ancora troppo bassi di iscrizione alle università e soprattutto alle università scientifiche.

Quale ruolo possono esercitare le nuove generazioni nel processo di integrazione e costruzione di una società multietnica? Quali sono le loro potenzialità e i loro limiti? Ci racconti qualche aneddoto. 


Le nuove generazioni sono nate in una società multietnica: noi ci siamo dovuti abituare, loro ci vivono. Non vedo limiti ma grandi potenzialità che possono essere sviluppate nella scuola. Come dice la sociologa Besozzi, “la costruzione di una società multietnica passa da una scuola interculturale, centrata sull’esperienza quotidiana dello scambio, del dialogo, del crescere insieme … valorizzando la pluralità di diversità e di differenze presenti tanto fra gli alunni stranieri quanto fra gli italiani; dare ampio spazio alla realizzazione di percorsi di vita centrati sulla costruzione di sé come soggetti consapevoli, competenti, responsabili, capaci di vivere in un mondo plurale nel quale riversare le proprie doti e capacità.” 
Aneddoti tanti… sentire a ricreazione studenti senegalesi che parlano perfettamente il dialetto trentino con i loro compagni albanesi e italiani mi fa sempre sorridere, e quando li riprendo dicendo: “Ragazzi, si parla italiano!”, mi rispondono: “Sì, vabbè prof, ma noi siamo trentini!”
Oppure, in un dibattito sui temi dell’immigrazione, alla presenza di adulti, uno studente di quarta ha ricordato la sua esperienza di profugo, mostrando la foto di sua mamma e di un altra donna volontaria al campo, accolti diciassette anni prima al centro di accoglienza con lui in braccio e il fiocco azzurro. Ha commentato così : “La mia nascita ha costituito un giorno di festa per tutti”. E vedere dalla sala la volontaria che si è alzata dicendo: “Quella insieme a tua mamma sono io: che bello rivederti uomo, siamo orgogliosi di te!” è stato un momento commovente.
O ancora i compagni italiani che si meravigliano quando per i loro compagni nati in Italia da famiglie straniere, in occasione di viaggi all’estero, le procedure sono più complicate: ci guardano stupiti e ci interrogano, loro sono già pronti allo Ius soli.

Lei è stata al centro di una recente polemica con l’onorevole leghista Vanessa Cattoi, la quale l’ha accusata di far politica a scuola a proposito della sua condanna della gestione della nave Aquarius. Cosa non la convince delle politiche leghiste in fatto di immigrazione? Teme eventuali ritorsioni? 


Il fenomeno dell’immigrazione è complesso e ci sono sicuramente responsabilità dell’Europa, che non può essere considerata tale se non riesce a dare risposte comuni. Detto questo e fatta questa premessa, non mi convince nulla: non mi convince l’esasperazione dei toni per alimentare paure e ottenere consenso elettorale, non mi convince per mancanza di autorevolezza politica un atteggiamento degno dei peggior bulli, forti con i debli e deboli con i forti.
Senza dimenticare la contraddizione di invocare l’Europa e poi assecondare le politiche sovraniste di Orbán, il loro idolo. Mi sembra che ci sia dietro tanta ignoranza e tanta improvvisazione.
Ritorsioni? Da anni siamo sotto attacco, io e il mio istituto, perché siamo la dimostrazione che le cose si possono fare: si può fare inclusione, si può fare la buona scuola, si può essere un modello e questo non gioca a favore di chi cerca di alimentare visioni disfattiste per ottenere voti. È un gioco di potere che non mi interessa. Sono un’ottimista, lavoro con tutti i miei colleghi con onestà intellettuale, passione, professionalità e chi ci conosce e si prende il tempo di guardarci senza pregiudizio è colpito dal nostro lavoro e dalla nostra proposta, succede tutti i giorni. Certo, i pregiudizi fanno il paio con l’ignoranza.

Quale società sogna di lasciare ai suoi allievi e alle nuove generazioni? A quale modello si ispira in materia di convivenza sociale e civile?


Una società dove non esistano gli invisibili agli occhi dello Stato. Che modello è? Forse un sogno.

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