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Chiamami con il tuo nome, di L. Guadagnino ★★★☆☆ 

 

Non è facilissimo scrivere di “Chiamami con il tuo nome”. Si tratta di un film complesso, nato nella mente di personaggi come James Ivory molti anni fa, quasi dall’uscita del racconto dell’americano André Aciman, nel 2007, non particolarmente osannato da critica e pubblico. Una nostalgia giovanile dell’autore, per un’attrazione omosessuale rimasta lì, incompiuta e magica, nella sua adolescenza. L’italiano Luca Guadagnino ha preso in mano il film dopo i tentativi di molti, e ha deciso di trasportarlo nella sua Crema, invece che nell’originale Liguria del testo letterario.

Che abbia una dimensione storica, il film, lo colgono solo gli italiani, immersi in brevi discussioni sul governo pentapartito del 1981. E un po’ anche grazie a quell’atmosfera da “amore libero” che ancora echeggiava in quell’anno nelle famiglie di buon livello culturale. Il resto è una specie di storia di semi-dei, uomini e donne che camminano a fianco dei comuni mortali senza mai intercettarne i passi. Sono figure mitologiche del nostro passato, l’incanto sospeso dei colori, odori, pulsioni, sesso e nevrosi di quando sei adolescente e non capisci cosa ti stia succedendo nella carne. Sembra quasi che essa si muova da sola, conducendoti in luoghi nuovi dove il gioco si fa lussuria.

Luca Guadagnino, insieme al direttore della fotografia thailandese Mukdeeprom, si muove bene in questo ambiente  di natura a tratti tropicale, a tratti lacustre (lago di Garda), guarnito dal sole ricco di agosto. La camera predilige le inquadrature ravvicinate, i corpi grandi e spesso tagliati, la luce entra ed esce da finestre che mettono in comunicazione esterni e interni.

Seppure queste atmosfere da alta borghesia multietnica assediata nei paesaggi italiani mi crei enormi pruriti, non posso non rimirare: il percorso che l’autore segue nel ricreare la bellezza, la sospensione e al contempo la totale fisicità di quel momento della vita; la chiara consapevolezza che cinema è luce, corpi, spazi e il resto viene dopo; un finale che vale un posto nella storia del cinema.

Detto questo, mi sono anche annoiata, disturbata, rigirata varie volte sulla poltroncina. Di finali ce ne sono almeno quattro e due potevano essere felicemente tagliati. Ma a conti fatti, ringrazio Guadagnino e tutti i suoi perché, per un paio d’ore, ho potuto tornare lì, nell’incanto di un’età dove il tempo non esisteva.

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