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Selay Ghaffar: «In Afghanistan il cambiamento viene dalle donne»


 

L’attivista a Milano in occasione della presentazione di “Exit from violence”, il progetto realizzato da Cospe e Camst

«Non è importante solo la quantità di donne che oggi siede nel Parlamento afghano. Non conta se una donna a Kabul smette di indossare il burqa. A importare sono le intimidazioni che le donne subiscono ogni giorno. Sono massacrate, lapidate, uccise. La violenza non diminuisce e non cessa il clima di impunità. Le leggi ci sono ma non vengono applicate e i criminali rimangono impuniti». Parla con fermezza Selay Ghaffar, la portavoce del Partito della Solidarietà, l’unico partito laico e di sinistra dell’Afghanistan. E racconta senza esitare la condizione femminile nel suo paese. Elenca i numeri: più di otto donne su dieci hanno vissuto almeno un caso di violenza in famiglia. E le storie: «Non dobbiamo scordare Farkhunda, assassinata perché accusata di avere bruciato il Corano. Non l’aveva fatto e nessuno ha pagato per la sua morte», spiega. Era il 2015 e Farkhunda è stata uccisa a calci e bastonate in strada sotto lo sguardo impassibile di agenti di polizia. «Come lei ce ne sono altre, troppe».

Selay Ghaffar si occupa di diritti delle donne da sempre. Da quando aveva 14 anni e viveva in un campo profughi in Pakistan. È stata la direttrice di Hawca (Humanitarian Assistance for the women and children of Afghanistan), ong che promuove l’emancipazione femminile e l’alfabetizzazione dei bambini. Ha subito intimidazioni ma non ha mai smesso. Ora è passata alla politica perché ritiene che sia decisivo creare mobilitazione dal basso. «Bisogna andare al cuore del problema: cambiare i rapporti di forza», continua. Ma non mancano esempi nella società civile, dove aumentano avvocate e attiviste che affrontano a loro volta minacce per difendere altre donne in pericolo.

Un paese senza tregua. Quarant’anni di guerra hanno reso l’Afghanistan uno dei posti peggiori per nascere donna. La legge del 2009 sull’eliminazione della violenza di genere non è applicata. L’80% dei matrimoni sono forzati; l’82% della violenza si consuma in famiglia. Nei casi di stupro le donne devono portare in tribunale quattro uomini a testimoniare in loro favore e rischiano lo stesso di essere incarcerate per crimini contro l’umanità. Si aggiunge l’analfabetismo, ancora radicato: arriva all’84%, un miglioramento di soli due punti rispetto al 2002.
“Exit from violence”. Il progetto di Cospe e Camst. Un opuscolo per contrastare la violenza di genere sarà distribuito nei centri donne e nelle case protette di Kabul ed Herat. È il programma realizzato da Cospe onlus e da Camst, in collaborazione con le associazioni locali Hawca e Opacw. Un vademecum illustrato – già uscito nel 2016 in Italia, ora mediato e tradotto per l’Afghanistan – che vuole aiutare a riconoscere i comportamenti violenti e a uscirne. «Abbiamo pensato a uno strumento che potesse essere utile», dice Silvia Ricchieri del Cospe, onlus che dal 2001 si occupa di empowerment femminile. «Non si può solo suggerire di rivolgersi alla polizia perché spesso anche gli agenti sono violenti. E non dobbiamo scordare che per una donna è illegale vivere da sola. Con “Exit from violence” vogliamo dare un aiuto concreto e creare dibattito anche in Italia».

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