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Gli sdraiati ★★★★☆

 

Lasciamo stare Michele Serra e il suo libro. Stiamo su Francesca Archibugi e il suo film “Gli sdraiati”. Si parte da un piccolo nucleo: un padre e un figlio, Giorgio e Tito. Sono due che non si capiscono, che si inseguono, che si prendono e si massacrano. Sono due che, in una Milano di buona borghesia, cercano di amarsi uccidendosi a vicenda. Come succede a tanti genitori e figli della nostra generazione. Loro sono viziati, noi incompetenti, loro prevaricano, noi soccombiamo, loro sono massacrati dai sensi di colpa e noi anche. Annaspiamo, tutti, senza riuscire a vederci. E non basta guardare, per vedere.

Archibugi ci regala un film in cui possiamo specchiarci perché, nonostante l’assoluta singolarità della coppia Giorgio-Tito, nella loro lotta c’è un’intera generazione di incomprensioni e distanze, in cui è inutile dare colpe. Non servirebbe a nulla. Si tratta di guardare un film come questo e sentire quanto amore in catene c’è nelle nostre vite, quanto sbilanciati siamo su questo filo che va dalla nascita alla morte e che sembra farsi sempre più sottile.

Francesca Archibugi sa fare cinema con i giovani come pochi. Li guarda senza sconti, ma sempre con amore. E’ una regista lucida e calda, che ha un’idea precisa della fotografia (ed è benissimo assistita da Kika Ungaro e dalla montatrice Esmeralda Calabria) e di ciò che va detto come di ciò che va taciuto (sceneggiatura con Francesco Piccolo). Claudio Bisio (Giorgio) ha trovato la giusta misura, i ragazzi (Gaddo Bacchini in testa) sono tutti semplicemente magici. Solo a tratti il film sembra perdere la direzione, solo a tratti i personaggi scivolano nella macchietta. Sono istanti, poi ritroviamo la strada. Le musiche di Battista Lena chiudono un cerchio quasi perfetto.

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