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“La tenerezza” – di Gianni Amelio  ★★★☆☆ 

 

Raccontare un inizio di vecchiaia, non scontata, non piacevole. Raccontare l’amore e di come si dirama, si avvinghia, si scolla dalle vite umane. In una città caotica e colorata come Napoli, che comunque si può attraversare restando solitari. Gianni Amelio racconta di sé, non in modo autobiografico, ma come spunti, idee, suggestioni sulla sua, di vecchiaia. Un regista che sa come guardare oltre, che disegna ritratti accurati di uomini (meno di donne) e di paesaggi. Amelio è un regista che ha uno sguardo, su questo non ci sono dubbi.

Il problema de “La tenerezza” è però la sua maniacalità, del regista. Il racconto incespica continuamente nella puntigliosità dell’autore, nel suo volere a tutti i costi sottolineare quello che si vede già da sé. E allora, la sofferenza e la pesantezza dell’età del protagonista diventa tristezza e sofferenza ovunque, nelle borse sotto gli occhi delle protagoniste, nelle scarpe tristi di Giovanna Mezzogiorno, nella pioggia che inzuppa la tragedia, nella falsa gioia di Micaela Ramazzotti, nella cupezza delle vecchie case. Gli attori, per rispettare il sottotono sottratto richiesto da Amelio e dalla sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Alberto Taraglio), fanno solo l’essenziale, giocando su una professionalità smaccata, stucchevole. Persino il grande Renato Carpentieri, a cui viene apparentemente richiesto di fare semplicemente se stesso, è costretto a qualche “colpo di scena” sospeso che rende il racconto singhiozzante, contratto, alla fine anche noioso. L’unica che riesce nel miracolo di una sintesi non sincopata è Greta Scacchi, magnifica attrice italiana dimenticata dal nostro cinema.

La fotografia di Luca Bigazzi come al solito rende tutto elegante, ma il problema rimane. Ed è la maniacalità di un autore che dovrebbe lasciarsi andare di più, mollare la perfezione ed abbandonarsi ai paesaggi geografici ed umani. Sono loro, sempre, la migliore sorpresa del cinema. Loro, quando parlano senza che l’autore chieda nulla.

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