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“In guerra per amore” – di Pif   ★★1/2☆☆

 

Immigrato in America sin da inizio secolo, il siciliano Arturo Giammarresi (Pif), ovviamente cameriere a Little Italy, si innamora di una bella italiana (Miriam Leone) già promessa sposa a un giovane più potente di lui. L’unico modo per vincere la mano della contesa – come lei stessa suggerisce – è andarla a chiedere direttamente al padre, in Sicilia. Ma è il 1943, sull’isola c’è la guerra. Come raggiungerla senza una lira in tasca, per giunta? Semplice, arruolandosi nel glorioso esercito americano che sta giusto appunto preparando lo sbarco.

Bellissimo soggetto, quello scritto da Pif con Michele Astori, meno riuscita la sceneggiatura condivisa invece con Marco Martani, questo secondo lungo di Pierfrancesco Diliberto detto Pif è più presuntuoso e meno riuscito della sua bella prima pellicola “La mafia uccide solo d’estate”.

Dedicato a Ettore Scola, ma a nostro avviso molto più vicino al cinema di Roberto Benigni, anche Pif guarda e racconta il mondo con animo da fanciullo, ragazzone cresciuto nei peli ma non nel cuore, (Pinocchio torna prepotente nel cinema contemporaneo italiano. Guarda anche “Indivisibili). Gli eventi che racconta sono eclatanti (ed ispirati a documenti veri, ovviamente), conosciuti ma ancora assenti dai libri di storia: per liberare il mondo da Hitler e consolidare la propria posizione in tutta Europa, gli americani fecero patti infanganti con la mafia (tramite Lucky Luciano, ospite delle galere americane), che offrì alla Usa Army tutta la logistica e gli appoggi necessari alla riuscita dello sbarco. In cambio, Cosa nostra ottenne potere, praticamente la consegna dell’isola nelle sue mani a sbarco avvenuto.

Impastato dell’ingenuità del nostro soldatino Giammarresi infuocato d’amore e la della crudeltà degli eventi storici, Pif sceglie di nuovo – giustamente – la chiave surreale, immaginifica, favolistica che gli è evidentemente più consona (trattandosi di fanciullino…). Uno stile che richiede estrema misura per non finire in buffonata e tanta sincera poesia per galleggiare sopra le umane sorti senza sprofondare nella fanghiglia. Pif non ci riesce quasi mai perché in realtà, per quanto abbia il cuore giovane, il suo  sguardo cinematografico è un po’ antico, appesantito forse anche da eccessi ideologici e dalla necessità di dimostrare il punto. Poi, personalmente ho paura che gli attori che si dirigono da soli non sappiano “vedersi” abbastanza, e infatti Pif-attore è la cosa più claudicante del film. A salvarlo in diversi momenti, il comprimario Andrea Di Stefano e una magnifica coppia di gatto-volpe, il cieco e lo zoppo, (Maurizio Bologna e Sergio Vespertino), gli unici due ad essere – nella scrittura e nell’azione – all’altezza dell’obiettivo. Con loro il film a tratti mette le ali e il pubblico ride di gusto.

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