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“La verità sta in cielo” – di Roberto Faenza ★★☆☆☆

 

“Lei è in cielo”. Sono le prime parole che sanno di verità dette dal Vaticano in questi infiniti 33 anni trascorsi dalla scomparsa di Emanuela Orlandi. Le ha sussurrate all’orecchio del fratello di Emanuela, Pietro, papa Francesco. Come a dire: trova pace, tu e la tua famiglia, Emanuela non c’è più, è in cielo.

Roberto Faenza, regista rigoroso e impegnato da sempre con la storia e la cronaca italiana, si cura poco – devo dire – delle qualità formali di “La verità è in cielo”, preoccupato a tenere dritto il testimone affidatogli dalla famiglia e dalla propria coscienza. Ne viene fuori una ricostruzione piuttosto chiara di una delle principali tesi sulla fine di Emanuela, quella in cui crede la sua famiglia almeno: un rapimento, una vendetta contro il Vaticano, un avvertimento forse finito male per quei soldi che la Chiesa di Roma aveva preso “in prestito” dalla malavita romana e mai restituito. Soldi che servivano a sostenere la rivoluzione polacca di Walesa, a cui papa Wojtyla guardava ovviamente con occhio benevolo, speranzoso che quello fosse il primo atto della caduta della cortina ad est. A far fare il giro ai soldi dalla malavita al Vaticano ci sono le banche di Calvi e di Marcinkus, a compiere l’operazione gli scagnozzi del capo testaccino De Pedis, a supervisionare il tutto i servizi segreti italiani e vaticani. In alcune notti romane, era possibile incontrarli tutti insieme in case-bordello altolocate.

Senza alcuno sforzo artistico, Faenza affida la spiegazione passo passo ad una giornalista italo-inglese (interpretata da Maya Sansa), inviata dal suo giornale ad occuparsi del “cold case” Orlandi dopo l’arresto di Massimo Carminati durante i blitz di Mafia capitale.

Famiglia Cristiana e l’Osservatore romano hanno reagito male al film, e non poteva essere diversamente. Accusano Faenza di faziosità e di aver scelto – senza contraddittorio – una delle mille tesi in campo, quella del complotto Vaticano, non dando alcun conto delle altre ipotesi al vaglio della magistratura (tra cui, quella ancora più lercia, del festino pedofilo in Vaticano). Il caso in realtà è appena stato appena archiviato per la seconda volta dalla magistratura italiana. La speranza di Faenza e  della famiglia Orlandi è che il film spinga ad una riapertura delle indagini.

Noi, da italiani più che da spettatori, ci auguriamo che ci sia ancora spazio per la verità sul caso di Emanuela. E non solo per lei, che come dice papa Francesco, probabilmente è in cielo. Ma anche per noi, ancora qui, vittime tutti di un silenzio troppo lungo. E di un’orgia di potere che ci infanga la vita.

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