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American Pastoral, di E. Mc Gregor   ★★★1/2 ☆

 

Ci ho messo cinque anni per leggere il romanzo di Philip Roth. Ogni volta iniziavo, ogni volta la descrizione dello svedese e delle sue gesta mi uccideva ben prima di pagina cento. Poi, un giorno, ho scavalcato il muro della centounesima e sono entrata in un mondo di dolori e disfacimento nel quale – a lettura ormai ultimata – mi sento ancora immersa.

Per chi ha letto il romanzo omonimo di Philip Roth (vincitore del Pulitzer nel 1996) impossibile non rivivere le sue pagine sullo schermo. E non c’è nemmeno bisogno che Ewan Mc Gregor ci racconti tutto o usi le parole o ricrei i luoghi e le atmosfere. La materia è ancora dentro di noi, intatta, talmente viva che lo svedese di Mc Gregor sembra farci solo da suggeritore.

Annosa questione: meglio il libro, meglio il film? In realtà, i paragoni non reggono mai. Ognuna è creatura a se stante. L’”American Pastoral” dello schermo rende l’idea, si concentra sull’essenziale, gode della bravura di grandi attori, rappresenta quanto può la frattura, la lacerazione, il dolore, di un’America(ebraica) i cui sogni si infrangono alle soglie degli anni Sessanta.

Il romanzo è fatto di 500 pagine in cui ogni pagina è grondante senso, il film rimane fedelissimo alla sostanza, perde in profondità, ma a nostro avviso nemmeno tanto. Fuori fuoco forse proprio il Seymour Levov di Mc Gregor, un po’ troppo imbambolato nella sua innocenza giovanile. E’ l’unico a cui, a tratti, non viene da credere. Magistrali invece la Dawny di Jennifer Connelly e la Merry di Dakota Fanning. Il resto, per me che ho chiuso da poco il libro, è il romanzo che si fa carne. Impietoso come un idillico paesaggio insanguinato. Ci fa piangere per noi stessi, umani dai sogni sfregiati e senza più tempo per un possibile riscatto.

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