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Truman, di Cesc Gay ★☆☆☆☆

 

Va benissimo parlare della morte, e va ancora meglio cercare di farlo nel modo più quotidiano possibile. Siamo al cento per cento con l’autore nell’intento di riprendersi la morte e la preparazione ad essa come evento “normale” della nostra vita, doloroso, ma normale. Siamo con lui nella voglia di prendere il toro per le corna e dire: beh, se devo morire, e DEVO morire, che la cosa avvenga come e quando decido io, e nessun altro.

Premessa dunque la nostra completa adesione al tema, in “Truman” tutto il resto è….noia. Per non spingere nessun pedale (né quello della commiserazione, né quello dello sfottò, né quello della satira, né quello della farsa), il regista catalano Cesc Gay riesce a fare un film di mortale monotonia (mi si perdoni….), incolore, insapore, inodore. E non mi si venga a dire che i due attori – il magnifico Ricardo Darìn e quel Xavier Camara che tutti abbiamo amato nella parte dell’infermiere di Almodovar in “Parla con lei”- sono grandi, perché sinceramente fanno assai poco.

Quindi tutti gli strombazzamenti, i Goya, le lodi e gli applausi, io non lo so da dove li hanno presi. O i doppiatori italiani hanno giocato davvero sporco (ebbene sì, l’ho visto doppiato), oppure in Spagna quest’anno la cine produzione è stata davvero scarsina. Mah.

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