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La rivincita della cultura: il più celebre film di Fellini, “8 ½” diventa il titolo del festival di Lisbona

 

A raccontarlo in Italia nessuno ci crederebbe. A Lisbona, la Festa do Cinema Italiano intitolata 8 ½ in omaggio a Federico Fellini, si lancia in una scommessa spericolata: distribuire nelle sale pubbliche, come una novità, il capolavoro del Maestro riminese in copia digitale restaurata dal Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale. Alla proiezione delle nove e tre quarti di sera, terzo spettacolo della giornata, la platea era stracolma di 400 spettatori paganti. E l’afflusso di pubblico è continuato nei giorni successivi di programmazione ordinaria nella multisala UCI, situata all’interno di un vasto e modernissimo centro commerciale, El Corte Inglés.. Un miracolo? Qualcosa di simile, ma con concrete ragioni alle spalle. Il Cinema Săo Jorge in cui si svolge il festival, con una sala centrale di 900 posti oltre gli spazi espositivi (è in corso una magnifica mostra fotografica di Gideon Bachman che in 8 ½ fu assistente alla regia) e altre sale minori per le presentazioni, appartiene alla municipalità della Capitale, la quale durante tutto l’anno, quasi senza soluzione di continuità, ospita manifestazioni legate a retrospettive e vetrine del cinema di ogni paese del mondo.

Il cinema italiano è naturalmente tra i più seguiti, anche per la presenza in Portogallo di un numero consistente di nostri connazionali: molti pensionati che cercano di sfuggire all’accanimento fiscale e trovano nell’amministrazione lusitana incentivi assai vantaggiosi; ma anche una bella rappresentanza di giovani avidi di ogni novità. Al punto che Stefano Savio, il giovane patron del festival (trentacinquenne triestino da dieci anni a Lisbona), ha buon gioco nel costruire un  programma eterodosso nel quale alla produzione dell’ultima stagione vengono affiancati alcuni titoli dell’età d’oro riproposti con criteri oculati. Le due anime riescono a convivere in armonia, spalleggiandosi reciprocamente e fornendo al pubblico una prospettiva qualificante dei nostri autori, attuali e del passato. L’intera operazione è sostenuta, con forme intelligenti di partecipazione attiva prima ancora che di denaro (sempre troppo scarso nei nostri organismi culturali) dall’Istituto Luce-Cinecittà; grazie in particolare al suo presidente Roberto Cicutto che nella vacanza delle iniziative pubbliche, statali o governative, svolge anche un ruolo di valorizzazione del cinema italiano all’estero.

Soprattutto facilitando la circolazione di pellicole non abbastanza robuste per poter competere ad armi pari sul mercato, ma pur sempre in grado di offrire un listino variegato e stimolante dal punto di vista artistico. Cicutto nasce come produttore cinematografico (Le leggenda del Santo Bevitore e altri titoli leggendari di Ermanno Olmi) poi anche distributore di hit mondiali, esercitato alla lizza e a conquistare successi sul campo, e ha introdotto nell’assonnata burocrazia degli enti pubblici il suo piglio imprenditoriale e un riconosciuto carisma; la persona stessa trasmette un’energia contagiosa, un entusiasmo inesauribile, associati a una rara competenza  nell’inquadrare i problemi di settore e cercare le soluzioni più idonee.

Il Portogallo è una nazione un po’ più povera dell’Italia e pertanto più dignitosa, meno volgare, meno superficiale; com’era il nostro Paese fino a qualche decina di anni fa. E Lisbona appare la città ideale per sperimentazioni meno corrive; è una metropoli affascinante, sfuggente, femminile, volubile, come il suo clima che cambia molte volte al giorno soggetto ai capricci atlantici. Il sembiante conserva ancora l’aspetto della capitale coloniale, senza alcuna ruga di arroganza o prosopopea. Si dice che possieda un animo malinconico, che la sua nota caratteristica sia appunto la ‘saudade’, la nostalgia, disciolta nelle note del fado; e forse tale giudizio convenzionale risponde per una volta a verità: non soltanto per il suo aspetto fané e quindi intensamente romantico (i tanti cantieri febbrilmente all’opera non riusciranno a intaccarne la bellezza unica e singolare), ma anche per la conformazione che la rende tante città in una. Con i suoi saliscendi sembra ora simile a Genova ora a San Francisco (c’è persino un magnifico ponte sulla baia che riproduce il Golden Gate); però la  Praça do Comércio, affacciata sul mare, appare davvero identica a Piazza dell’Unità di Trieste.

Le grandi avenida, i viali spaziosissimi a molte corsie di marcia che uniscono tra loro le piazze sontuose e magniloquenti, ricordano i boulevard di Parigi, ne inseguono l’eleganza. Ma poi il cuore più antico della città è un dedalo di stradine inerpicate che rievocano la Napoli dei quartieri, in cui è incantevole sperdersi. La secolare influenza araba è ben visibile nelle delicate decorazioni delle ceramiche, gli azulejo, (az-zulaiŷ, “pietra lucidata”) che spesso compongono sulle pareti degli edifici nobiliari storie raccontate attraverso vasti mosaici di mattonelle quadrate.

L’orda turistica è incessante, ma mai fastidiosa, il rumore è attutito, le strade sono linde, i mille locali offrono sosta e ricetto per ogni tasca, a prezzi assai più invitanti che da noi. L’aria è profumata di mare, il vapore acqueo modella incessanti spettacoli di nuvole, erranti in un cielo di altezza sconfinata. Contro quella luce magica si stagliano i monumenti, le chiese, l’austera Cattedrale romanica dalle profonde arcate gotiche di pietra scura; e la basilica di Sant’Antonio: il santo, tra i più cari agli italiani, che qui nacque, gode di devozione trasversale ed è festeggiato ogni anno per un mese intero.  La Festa do Cinema Italiano inventata da Stefano Savio è un invito aperto a partire, a regalarsi questa benefica contaminazione tra due nazioni sorelle, tra popolazioni affini; lo staff, quasi completamente al femminile, ragazze italiane e portoghesi, offrono un simbolo vivente di fusione, in una girandola di grazia, di eleganza, di accoglienza, di sorrisi, assai seducente.

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