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Lo chiamavano Jeeg Robot, di G. Mainetti ★★★★☆

 

Una Roma che sembra Gotham City, il Tevere come l’Hudson, Torbella come Chicago, Santamaria come Hiroshi. Guardando “Lo chiamavano Jeeg Robot” quasi non ci si crede. Che sia ancora possibile.

Gabriele Mainetti – sinora regista emerito di cortometraggi che hanno visto un centinaio di persone, attore amato dai colleghi per rigore e capacità – ha fatto un vero miracolo di coraggio e creatività per regalarci questo primo lungo che fa fare un salto in avanti alla produzione cinematografica italiana. Il segreto della riuscita è una combinazione perfetta di professionalità, creatività e senso del ritmo.

“Jeeg Robot” è infatti figlio riconosciuto di una sceneggiatura scritta con tutti i crismi (elaborata da Mainetti insieme a Gaglianone e Menotti), di lunghe prove con attori pronti a mettersi in gioco (magnifici Claudio Santamaria, Luca Marinelli e la rivelazione assoluta Ilenia Pastorelli), di una fotografia (Michele D’Attanasio) e un montaggio (Andrea Maguolo) perfetti, di grandi tecnici del trucco e degli effetti speciali. E di un regista pronto a mettere in gioco tutto, anche i propri soldi (si è improvvisato produttore con Raicinema), per realizzare un’idea in cui crede. Scommettere, sacrificarsi, divertirsi, metterci tutto, lasciare che gli anni passino senza mollare. E infine, riuscire a fare le famose nozze coi fichi secchi! Non dico che Gabriele Mainetti sia l’unico ad averci provato sul serio, diciamo però che è uno dei pochissimi a cui lo scherzo è riuscito. Una delle sale più grandi della capitale ieri pomeriggio era strapiena, e alla fine ha applaudito, felice e liberata da quel senso di sfiga e pesantezza che da anni regna su Gotham-Roma. E anche per adesione al bellissimo “messaggio morale”. Sì, c’è anche quello. E ci dice che il potere si può usare in modi diversi.

Detto tutto questo, Mainetti – da buon principiante – ha fatto il più classico degli errori. Verso la fine del film ha voluto stupirci con i fuochi artificiali, aggiungendo finale a finale, spezzettando così la catarsi dello spettatore. Si arriva al meglio, sfiancati.

Ma va bene così, a Mainetti lo straperdoniamo. Ci ha regalato una domenica pomeriggio illuminata di speranza. Lo aspettiamo fiduciose. Alla prossima, Hiroshi!

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