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Oscar 2016 – Spotlight, di Tom McCarthy ★★★★☆

 

Boston, 2001. Il nuovo direttore di “The Boston Globe” legge un articoletto sul suo giornale circa un avvocato che accusa il vescovo della città di aver sempre saputo delle tendenze pedofile di un parroco cittadino. Inizia così, quasi dal nulla, da quello che i giornalisti chiamano “fiuto per la notizia”, lo scandalo che scoperchiò un enorme giro di pedofili-preti all’interno della Chiesa bostoniana e non solo, ovviamente. In quel caso si parlò di oltre mille abusati e duecento preti coinvolti. Solo a Boston. Nemmeno tanto lontana dall’Italia, come scoprirete vedendo il film.

“Spotlight” è candidato a sei Oscar, tra cui quelli per la migliore sceneggiatura originale e il miglior film. E’ una pellicola su cui vale la pena davvero fare qualche ragionamento. Quando la vedrete, vi accorgerete che mancano tutti quegli elementi spettacolari, o cruenti, o sessuali, o da one-man show cui l’audiovisivo ci ha da tempo abituati. Si tratta invece di un film misurato che, in un certo senso, non grida nemmeno allo scandalo. Non è lo scandalo ad interessarlo, ma la verità.

E’ immediato il paragone con “Tutti gli uomini del presidente” di Alan Pakula. Solo che qui gli sceneggiatori (il regista Tom McCarthy affiancato da Josh Singer) non sono partiti da un libro-inchiesta, come in quel caso. Hanno dovuto ricostruire tutto loro: i personaggi, gli interrogatori, la sequenza degli eventi, i testimoni. Hanno svolto un’inchiesta sull’inchiesta, con lo stesso atteggiamento da “boots on the ground” (in italiano forse diremmo da “culi di pietra”) dei giornalisti che vediamo sullo schermo. “Spotlight” è commovente nel suo rigore e nel suo rispetto per la veridicità. Persino attori come Mark Ruffalo e Michael Keaton, abituati a condizioni narcisisticamente più favorevoli, lasciano che ad emergere sia la storia nel suo insieme, il team, il tempo della narrazione. Ci sono colpevoli, sì, ma non ci sono molti innocenti. Senza suono di grancasse, “Spotlight” scopre assieme a noi che quello che è successo in quella città è stato possibile “grazie” al silenzio di un’intera comunità e anche all’indifferenza della stampa. Gli unici davvero innocenti sono loro, i “superstiti” (che non amano essere chiamati e chiamate “vittime”).

E poi, il giornalismo. Solo 15 anni fa ancora circolava tanta carta, si prendevano appunti con il taccuino, si cercava negli archivi, tra faldoni pieni di ritagli di giornali. Non è solo una questione di nostalgia. C’è qualcosa in quello che facevamo allora che ora non c’è quasi più. Una manualità, una fisicità del mestiere, che si va perdendo. Ora siamo veloci, sappiamo tutto nello spazio di minuti, non abbiamo quasi bisogno di muoverci. Abbiamo perso qualcosa e guadagnato qualcos’altro. Forse dovremmo imparare a trovare maggiore misura tra nuovo e antico.

Il film “Spotlight” questo in fondo ci suggerisce: che la misura è somma maestra di tutto. E che smettere di farsi domande non basta a seppellire le risposte.

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