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Quo vado? A vedere Checco Zalone! ★★★★☆

 

Era dai tempi di “Cado dalle nubi” che non mi trovavo a ridere all’unisono con una immensa platea di periferia. Ero ben disposta, è vero. Checco Zalone (Luca Medici nella vita) mi ha sempre fatto ridere, senza controindicazioni. Ma iniziare l’anno con il suo “Quo vado” è meglio di qualsiasi discorso presidenziale. E’ fare il punto della situazione e lanciare un amo verso il futuro, facendo ridere e riflettere allo stesso tempo tutti i cittadini italiani. Che prima di passare ai buoni propositi è bene – invita Zalone – si rifacciano un attimo l’esame di coscienza. A che punto sono? Davvero hanno seppellito la Prima Repubblica? E la Seconda che risultati ha dato?

Per darsi una bella guardatina allo specchio, Checco si impelaga con una tribù africana al cui cospetto è costretto a raccontare la sua vita, se non vuol finire abbrustolito. Ecco dunque la sua genesi di Fantozzi felice e arrivato, maschio-postofisso ministeriale, in cima alla catena alimentare dell’hominuculus italianus. Da lì lo schioderà solo una efficiente funzionaria della seconda Repubblica, mano armata dell’abolizione delle Province, che lo spedirà nel nord Europa. Luogo in cui il nostro Checco dovrà fare i conti con la “civiltà”. Niente starnazzate di clacson ai semafori, famiglie dalle geometrie allargate, parità tra i generi, rispetto per l’ambiente, aiuti al terzo mondo. Nella parte centrale del film, il personaggio di Checco ci regala i momenti più esilaranti, che coincidono non a caso anche con quelli più rivoluzionari, una sorta di “quello che potrebbe essere” la vita degli esseri umani in una società a civiltà elevata. Non manca ovviamente l’altra faccia della medaglia, il ritorno a casa, la nostalgia, la chiusura dei conti.

Le decine di milioni di incassi che si porterà a casa “Quo vado?” serviranno a bilanciare il fallimento di tutti gli altri titoli natalizi italiani. Fallimenti (nel confronto con Zalone) che dovrebbero – speriamo – far pensare a ciò che è rimasto di tutti i cinepanettoni, i De Sica, i Boldi, i Pieraccioni, e persino il grande e triste Verdone che – come regista – da tempo non ne imbrocca una. Non è una questione di battute o trovate. L’arma di Checco Zalone e del suo bravo regista Gennaro Nunziante (uno che cita Gramsci, per recuperare il significato di nazional-popolare) è l’onesta di fondo, la voglia di essere corretti, di non sbracare nei termini, di non gettare il senso del cinema alle ortiche (vedi il montaggio puntuale di Pietro Morana), di non dimenticare il senso della misura e anche di se stessi. Per questo Checco Zalone fa ancora ridere. Perché non si è dimenticato di sé, delle sue origini, dei suoi sogni impiegatizi, persino dei suoi limiti. E allo stesso tempo vola, nel suo trovato equilibrio, vola alto, anche con una colonna sonora (scritta e interpretata da lui) che vale come una promessa. Che si può fare di meglio, lui ha fatto di meglio e, se c’è riuscito lui, Checco postofisso bellodimamma, potremmo farcela anche noi.

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