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Il figlio di Saul, di Laszlo Nemes ★★☆☆☆

 

Mamma mia, quanto conformismo. A leggere le cose scritte su “Il figlio di Saul” – titolo candidato all’Oscar come migliore pellicola straniera dell’ungherese Laszlo Nemes – viene da gridare all’uccisione del senso critico.

Un regista debuttante un po’ cervellotico, decide di tentare di raccontare un particolare aspetto dell’Olocausto – quello dei forni crematori – con gli occhi di un ebreo del Sonderkommando, quel piccolo esercito di kapò destinato ad uccidere i proprio fratelli e sorelle e ad essere poi sterminato esso stesso. Nemes, per motivi artistici e forse anche finanziari, racconta tutto mettendo la sua macchina da presa attaccata alla nuca del nostro protagonista, Saul (l’attore debuttante Geza Roehrig). Anche lui fa parte del Sonderkommando dei forni, sguardo basso e lavoro duro, portare i prigionieri ai forni, spogliarli, spingerli verso le docce, tirare fuori i cadaveri, pulire le docce, raccogliere i vestiti, cercare gli oggetti preziosi, portare i corpi ai forni, raccogliere le ceneri, portare le ceneri al fiume, gettare le ceneri in acqua. E ricominciare. Gli eventi sono lì, quasi sempre sfocati, oltre la nuca di Saul. Che però è interrotto nella sua disanimata attività dalla morte di un fanciullo. Forse suo figlio, forse no. Forse, semplicemente un innocente che Saul vuole seppellire con decenza per salvare quello che è rimasto della sua, di innocenza.

Laszlo Nemes non fa sconti. Con una certa furbizia ci immerge per 100 minuti nei suoni (urla, strazi, ordini, bisbigli) dell’orrore. Le immagini sono sfocate; a raccontare in primo piano è l’udito, violento come e più dell’immagine di un corpo violato. Cento minuti senza pause allo strazio. Per vedere questo film, se proprio ci tenete, dovete prepararvi. E’ duro e indigesto. In più, a nostro avviso, non riuscito. Vi beccate una quantità infinita di colpi bassi senza essere emotivamente coinvolti, quindi senza trovare alcun riscatto catartico alla violenza cui venite sottoposti. Il risultato è teatrale, freddo, calcolato. Le battute pesate al bilancino. Un lungo lavoro per limare e ottenere l’effetto desiderato ha levato a quello che – forse – poteva essere l’obiettivo iniziale degli autori, ogni autenticità. Il nostro Saul è espressivo quanto una patata, è nutrito molto più del plausibile, è mal truccato, non è quasi mai credibile. Lo stesso dicasi per i suoi comprimari che entrano ed escono di scena in continuazione come maggiordomi, compiendo azioni senza senso solo per creare movimento all’interno dell’inquadratura. “Lèggere” la finzione, la speculazione intellettuale, in un film che vorrebbe essere un primissimo piano sull’Olocausto è inaccettabile. Almeno per noi. Ma il coro della critica (quasi unanime) grida al miracolo, e così sia. Ancora una volta vince la parte peggiore del senso comune.

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