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Carol, di Todd Haynes ★☆☆☆☆

 

Misteri del cinema. Il mondo intero osanna la grandezza di “Carol” e delle sue interpreti, noi siamo uscite dal cinema distrutte dalla noia. La storia ce l’hanno raccontata già tutta i trailer, non c’è molto da aggiungere. Donna alto borghese della New York degli anni Cinquanta si innamora di povera e giovanissima aspirante fotografa. Unico problema, i codici morali americani dell’epoca e il fatto che la signora abbia un marito e una figlia. Carol (Cate Blanchett) è un’ingessatissima donna d’alto bordo, tutta colori pastello, vitina e pellicce. La sua preda, una Rooney Mara in imitazione di Audrey Hepburn, con occhioni da cerbiatta pronta a farsi preda. La assoluta rigidità del tutto è senz’altro filologicamente corretta, ma anche di una noia mortale. Se i corpi di queste donne sono disegnati come elegantissime gabbie, le loro anime dovrebbero per contrasto bruciare di fuoco sacro. Ma nessuna fiammella vitale è accesa, in “Carol”. Il massimo della vivacità è data dal rosso mat degli smalti e dei rossetti. Niente trasporto, niente anima, niente passione, niente di niente. Se l’obbiettivo era fotografare un’epoca “emotivamente morta” l’obbiettivo è raggiunto.

Guardare Carol è come assistere ad una sinfonia con il suono fuori sinc, nulla coincide con ciò che dovrebbe essere, nulla è al suo posto, anche se tutto è là, ben apparecchiato.

Comunque, siccome sono l’unica a pensarla così, potrei essere io fuori di testa. Se proprio ci tenete, andate a vedere quella boccona di “Carol”  da vicino. Ce lo sapremo ridire.

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