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“The Walk”, di R. Zemeckis      ★★☆☆☆

 

Per “The Walk” di Robert Zemeckis ero intenzionata a lasciar da parte i paragoni: ogni film è una storia a sé. E poi Zemeckis per me sta al cinema popolare come Stephen King al racconto gotico di massa: ovvero, il massimo. Quindi ero decisa a mettere il doc “Man on Wire” di James Marsh da parte e godermi quella che immaginavo una strabiliante ricostruzione. La storia è la stessa, tratta del resto dal medesimo libro: “Toccare le nuvole”, biografia del funambolo francese Philippe Petit.

Philippe aveva venticinque anni nell’agosto del 1974, quando decise di mettere in scena la traversata su corda più folle mai pensata sino ad allora: quella tra le due torri gemelle di New York. 50 metri da percorrere su un cavo di acciaio a 500 metri di altezza. Avrebbe dovuto traversare una volta, ma fece avanti e indietro per otto volte, perché il cavo e l’aria non lo lasciavano andare, volevano giocare con lui. Difficile trovare storia più bella per descrivere la bellezza, assoluta soprattutto quando è insensata e gratuita. In “Man on wire” – doc del 2008 premiato ovunque -, James Marsh era riuscito a darci il senso di quell’evento perduto nel ricordo con materiali di archivio, ricordi, fotografie. E fece un miracolo poetico di ricostruzione. Robert Zemeckis recupera il tutto forse più in omaggio alle Torri che a Petit. Quest’ultimo infatti si trasforma in una specie di burattino, un puppet con parrucca posticcia e trucco pesante che racconta con tono favolistico. Il resto è brivido, montagna russa, morso allo stomaco. “The Walk”, soprattutto in 3D, è uno spettacolo di vertigine con riprese costantemente sull’orlo dell’abisso. Divertente come andare al lunapark. Ma poco di più.

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