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“Suburra”, di Stefano Sollima    ★★★☆☆

 

“E’ tutto un magna magna” ovviamente è il primo commento dei romani che escono dalla sala, ed effettivamente nella “Suburra” di Stefano Sollima l’idea centrale è questa; non ci sono buoni in giro, nessuna alternativa possibile a chi vive Roma come “robba” sua. Prodotto secondo tutti i crismi e seguendo con diligenza le nuove direttive del Mibac (“l’audiovisivo italiano deve cominciare a vendere all’estero, altrimenti…”), i quattro mejo sceneggiatori di Roma e dintorni (Rulli, Petraglia e la coppia di autori del libro omonimo De Cataldo e Carlo Bonini) confezionano un pacchetto perfetto. In quella settimana prima della caduta del governo Berlusconi e del ritiro di Ratzinger dal soglio pontificio (7-11 novembre 2011), in Parlamento si discute di un disegno di legge riguardante il futuro delle concessioni degli arenili di Ostia. Come sappiamo dalla cronaca vera, roba che scotta e tanto. Si tratta di dare vita al progetto Waterfront, sostenuto da una cordata formata da politici, criminalità, mafie e banche vaticane per realizzare una sorta di Las Vegas sul litorale romano. Insieme, i poteri che si incrociano nei palazzi romani possono cucinare la torta e poi mangiarsela condita con milioni di euro, magnifiche puttane e fiumi di droga.

Ognuno, in questo film, fa la sua parte come si deve:  Pierfrancesco Favino è un perfetto politico- ponte tra politica e crimine, con una certa inclinazione per minorenni e crack; Claudio Amendola, il Samurai figlio della banda della Magliana, rappresenta le “famiglie” del sud con aplomb da potente di lungo corso; Elio Germano è Sebastiano, il Pr che combina incontri e piaceri per quelli che contano; Alessandro Borghi (Numero 8) è il criminale che a Ostia c’è nato; e infine c’è Manfredi Anacleti (interpretato da Adamo Dionisi), capo clan zingaro, rappresentante dell’ultima potente mafia che inzuppa il pane a Roma. La fotografia scura del grande Paolo Carnera, ricca di campi lunghi, immerge tutto in una melassa umida e densa da cui non ci si libera facilmente.

Questi sono i dati obiettivi. Poi, prendendo le distanze e con il passare delle ore, cosa resta? Poco, in realtà. Come quando si beve un vino dal buon sapore, ma che subito evapora non lasciando retrogusti in gola. Così “Suburra”; fa il suo mestiere, si vende assai bene ed è pronta a trasformarsi in serie tv, fumetto, brand, striscia, tutto quello che volete, perché è maneggevole come la plastica. Come di solito non è il grande cinema.

I suoi autori del resto hanno lavorato per questo, per farne un buon prodotto, da vendere. Speriamo ci riescano, per il bene di tutto il cinema italiano. Ma noi pubblico non facciamo confusione, non scambiamo un ottimo prodotto medio con il cinema “che resta”. Sono cose distinte, corde che suonano su frequenze diverse. Non confondiamo il piacere con la commozione, un bel disegno con un quadro d’autore. Ogni cosa ha il suo posto, e così è giusto che sia.

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