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“Padri e figlie”, di G. Muccino ★★★★☆

 

Da assoluta “nessuna”,  mi permetto di entrare – con pigro ritardo – nel dibattito sul film “Padri e figlie” e sul suo regista, Gabriele Muccino. In Italia, in particolare  Roma – città d’origine del regista -, prendere per il culo il suo cognome, i suoi trascorsi da figlio della borghesia capitolina, i suoi primi film, il suo rapporto complessissimo con il fratello, i suoi tentennamenti con l’italiano, è diventato lo sport preferito sui social. Dire “Muccino”, per tanti tra i suoi coetanei italiani acculturati vuol dire “coglione”, e questa è davvero una triste storia. Fatta – a mio avviso – di pregiudizi, invidia, pressappochismo. E della peggiore eredità della cultura dell’ extrasinistra, pronta a disprezzare chi semina fuori dallo schema ideologico.

Scusate la lunga premessa, che nulla ha a che vedere con il cinema, ma molto con i suoi spettatori italiani. Tanto è vero che se dico: stasera vado a vedere il film di Muccino, la metà dei miei amici mi ride appresso e mi guarda con sufficienza. Poco male, ci vado volentieri da sola.

“Padri e figlie” è la storia di una relazione amorosa profonda tra un padre e una figlia che la vita ferisce più e più volte. Da quando, in un incidente stradale durante una lite, la macchina va fuori strada causando la morte di lei, la madre-moglie. Da quella morte, le linee della vita di Jake e Katie si riempiranno di tagli difficili da ricucire.

Una sceneggiatura difficile, che copre in flashback a singhiozzo un arco narrativo di 25 anni, scritta da un novizio di nome Brad Desch. I punti su cui lavorare erano molti: la malattia mentale, il senso di responsabilità, il vuoto, la ferita incolmabile, le conseguenze, il masochismo, il senso di “niente” nel cuore, l’impossibilità di amare…. Roba seria, materiale umano delicatissimo, che si intreccia e si complica e affonda e riemerge continuamente sullo schermo. Grazie al grande mestiere di Gabriele Muccino e alla sua capacità di lavorare con attori di primissimo livello quali Russell Crowe e Amanda Seyfried (Kylie Rogers, lei da piccola, non le è da meno) la difficile operazione riesce. Tutto è lì, tutto è vivo, tutto è sanguinante di fronte ai nostri occhi. E’ vero, la sceneggiatura ogni tanto scivola e perde pezzi, ma la materia filmica è talmente ancorata nelle mani del regista che nulla si perde. Ogni singolo attimo, ogni immagine, ogni battuta (anche sbagliata), ci riporta dove dobbiamo stare: nell’amore e nel dolore che la mancanza di amore può provocare. Questa è la grande esperienza che “Padri e figlie” ci offre, e scusate se è poco.

Gabriele Muccino fa il suo lavoro con quello stile che è diventato la sua firma, ponte tra Usa ed Europa, drama che non disprezza il pop, che conosce lo stile del commercial e anche della soap e usa tutto quello che c’è da usare. Ma asciugando, arrivando ad una sintesi, pulendo le sbavature.

Personalmente, ho amato “Padri e figlie”, ho pianto tutto il tempo (e adoro piangere al cinema) e ho anche ripensato a tante cose della mia vita. Ringrazio di cuore il regista e gli interpreti. E consiglio voi di non perdere questa visione, perché è di quelle come se ne vedono poche. Vera.

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