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Mia madre, di Nanni Moretti ★★★☆☆

 

Cerchiamo di non essere banali, perché “Mia madre” non lo merita. L’ultimo film di Nanni Moretti si confronta con diverse questioni, tutte importanti. Per esempio: che fine fa la vita – quella vera – di chi campa di finzione (ovvero, fa cinema)? Cosa rimane dell’immortalità di un genitore, quando è anziano e malato? E cosa resta, in generale, di una vita in fondo al cammino? Studiare, apprendere, impegnarsi anche senza capire esattamente perché, ha senso? E se sì, perché? Ancora…Vale la pena rimandare costantemente il proprio mondo affettivo a “dopo” il lavoro? E quando è questo “dopo”, esattamente? Una volta diventati celebri e stimati artisti, si ha davvero la capacità di dire qualcosa di significativo a qualcuno?

Domande, apparentemente catalogabili in “grandi” e “piccole”, in realtà tutte egualmente importanti, perché vere. E umanamente unanimi. Quindi, ci riguardano, siamo disposti a guardare con grande indulgenza e comprensione a chi, come noi, se le pone. Dichiarato dunque che, alla fine, questo ultimo film di Moretti ci commuove, diciamo anche che il merito è più della specificità della trattazione che non dell’autore.

Come in “Habemus Papam”, “Mia madre” ha un passo quotidiano, interrotto da una – o più – crisi privata. Margherita (Buy-Moretti) è regista alle prese con un film sulla lotta di classe (spiritoso, Nanni. E anche un po’ furbo), un attore made in Hollywood guascone ma triste (magnifico Turturro), una figlia condivisa con un ex marito che deve studiare latino e una madre in fin di vita che la protagonista accudisce assieme al fratello Giovanni (Moretti ipse). Con passo felpato, leggero, accorto, come in “Habemus Papam”, l’autore non inventa espedienti particolari, lascia che siano gli sguardi, le emozioni, alcune delicate immagini, a suggerire i cambi di registro interiori della protagonista. Al massimo, qua e là, un tocco di misurata ironia. Permettetemi di dirlo: praticamente lo stesso film di quattro anni fa, non è cambiata una virgola. Ovvero, l’autore in quanto soggetto creativo, non si è spostato di un passo. Anzi…”Habemus Papam” aveva dalla sua l’originalità assoluta del punto di partenza (il “deficit di accudimento” di un Papa, uahu), qui Moretti ci mette a confronto con qualcosa che in molti conosciamo intimamente: la morte di un genitore in un momento della vita – intorno ai cinquanta – in cui i conti da fare sono diversi. E allora, detto questo, ed essendo io tra questi “molti”, mi permetto di notare che in “Mia madre” non c’è nulla di nuovo dal punto di vista cinematografico e nulla di particolare sul grande terremoto che rappresenta la separazione da colei che ci ha generati. Moretti – e la sua amata interprete – attraversano il buio semplicemente sfiorandolo, come quella carezza sui libri di latino della mamma. In questo Nanni Moretti e la sua interprete-specchio Margherita Buy, coincidono perfettamente. Sono bravi, ma restano nella media di se stessi. Per andare oltre, bisogna osare. E Moretti, qui, non ci ha nemmeno provato.

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