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Fino a qui tutto bene, di Roan Johnson ★★1/2☆☆

 

Strani scherzi fa, il mondo del cinema. Roan Johnson esce in questi giorni in sala con il suo secondo lungometraggio “Fino a qui tutto bene”, dopo il bellissimo debutto con “I primi della lista”, film uscito in 10 sale nel 2011. Quel primo film non l’ha visto quasi nessuno, ma io sì. E me ne sono innamorata. “Fino a qui tutto bene” è uscito in 80 sale, distribuito da Microcinema dopo la presentazione del film allo scorso Festival di Roma. E tutti – o quasi – hanno scoperto che questo autore (soprattutto sceneggiatore) anglo-materano ha sangue nelle vene e promette di poter dare nuova linfa al cinema italiano dell’ultima generazione. Anche se, in questa seconda prova, Johnson vola basso.

“Fino a qui tutto bene” è una sorta di diario a più mani sugli ultimi giorni di un gruppo di universitari. Finiti gli esami, si tratta di decidere cosa fare della propria vita. Ma per ora ci si godono le ultime ore di libertà post-adolescenziale. Piatto nello svolgimento, simpatico ma non esilarante nelle battute, con qualche facile trovata di regia, “Fino a qui tutto bene” sembra un compito ben fatto di fine scuola di cinema. In primo piano, gli interpreti, tutti ragazzi della Silvio D’Amico e del Centro Sperimentale – quindi, diplomandi o diplomati di fresco in recitazione – che si mettono alla prova, e lo fanno bene. Ma con poca originalità.

Che dire? Simpatico, sì, ma lontanissimo dall’originalità della prima opera. Eppure tutta l’intellighentsja che ruota intorno al cinema italiano al film ha già fatto numerose ola, compreso il salottino buono di Fabio Fazio che, facendo uno strappo alla regola dell’ospite altolocato di sinistra, ha deciso di lanciare “Fino a qui tutto bene” con tanto di benedizioni della Litizzetto. E va bene, non c’è niente di male. Meglio tardi che mai, anche se l’incenso finisce sul film “sbagliato” di un autore che si farà. A patto, però, di rischiare decisamente di più. Bollino blu pieno alla musica dei Gatti mézzi.

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