Sei qui:  / Cinema / Culture / Birdman, di A.G. Inarritu ★★★★☆

Birdman, di A.G. Inarritu ★★★★☆

 

Un attore più vicino ai sessanta che ai cinquanta, diventato una star grazie ai suoi blockbuster in cui veste i panni di un supereroe uccellone (Birdman, appunto), decide di dimostrare a tutti – se stesso compreso – di essere qualcosa di più che una semplice “celebrity”. Ed ora è il momento: ha adattato una pièce di Robert Carver (“What we talk about, when we talk about love”) per Broadway e mancano pochi giorni al debutto.

“Birdman, L’imprevedibile virtù dell’ignoranza” è un soggetto originale dello stesso Alejandro Gonzales Inarritu ed è un po’ la sua storia, ma è anche quella dello stesso interprete Michael Keaton (ex Batman) e di ogni uomo o donna che alla soglia dei cinquanta fa i conti con la propria arte e, soprattutto, con il proprio ego. Con un tocco di psicomagia latina, il nostro protagonista infatti è costantemente alle prese con la sua voce interiore che lo sostiene, lo molesta, lo sprona ma anche lo castra, a seconda delle occasioni. Una battaglia tutta intima sulle proprie capacità, i conti affettivi, le verifiche, la paura, la vecchiaia.

Con una regia abnorme, narcisista, avvolgente, piena di scommesse tutte vinte (piani sequenza a orologeria), Inarritu si gioca tutta la sua potente arte, per provare a se stesso e al mondo che può farlo, è capace di farlo. Permette anche a tutti i suoi attori (magnifici Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts, Zach Galifianakis) di fare la stessa scommessa, giocarsi il tutto per tutto, sulla scena, sul loro mestiere, a tu per tu anche con il peggio di sé. Un’opera grande, questo “Birdman” e una gioia per gli occhi. Michael Keaton ci regala qualcosa di potentissimo, un’interpretazione inarrivabile, che vale un Oscar e anche di più, se ci fosse.

Rimane, a nostro parere, uno strano punto interrogativo sulla parte finale del film. Dove, secondo noi, Inarritu ha sbavato. I finali sono almeno tre e in stili diversi. Ce n’è uno da vaudeville, uno da commedia, uno da realismo magico messicano. Il piacere di tutta la visione va a sbattere contro questo muro finale frastagliato e confondente. Un tocco di troppo, che smorza l’entusiasmo. Oltre all’Oscar all’interprete, forse ne darei uno alla regia. Al film, peccato, no.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE