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The Imitation Game, di M. Tyldum   ★★☆☆☆

 

Gli ingredienti per un grande movie drama alla maniera di Hollywood ci sono tutti. La storia di Alan Turing è appassionante sia dal punto di vista dell’uomo – un matematico e crittografo geniale, nerd ante-litteram –, che del momento storico. La sua invenzione – un prototipo di computer che servì a decrittare il codice Enigma – salvò oltre dieci milioni di vite umane. Così è scritto nella Storia. L’Inghilterra che a Turing aveva dato i natali, non fu generosa con lui. Omosessuale dichiarato, fu spinto al suicidio dopo una cura forzata per la castrazione chimica.
Lo script del film – tratto da una biografia di Turing, ma “originale” per il cinema – è stato acquistato dalla Weinstein Company (Hollywood) e il regista avrebbe dovuto essere Ron Howard. Ma le cose non sono andate così. Nelle mani del regista norvegese Morten Tyldum “The Imitation Game” diventa la copia noiosa di “A Beautiful Mind”, roba da uscire dalla sala se non fosse per le capacità – da Oscar – del protagonista Benedict Cumberbatch. Nell’adattamento della sceneggiatura (che si è beccata, immeritatamente, un Golden Globe) saltano molte delle parti migliori del film che avrebbe potuto essere: pochissima scienza, poca interazione con il governo inglese, nessuna omosessualità, scomparsa l’ossessione – pure centrale nella vita di Alan Turing – per Biancaneve. Quell’ossessione che, nella storia vera, lo portò probabilmente a suicidarsi mangiando una mela siringata di cianuro. Nel film non c’è nulla di tutto questo, invece abbiamo una melensa pseudo storia d’amore con Keira Knightley, un’evoluzione bidimensionale degli eventi, uno sfondo storico inesistente.

“The Imitation Game” ha ricevuto cinque Golden Globe ed è in corsa per l’Oscar come miglior film. Sarebbe davvero una beffa, nell’anno di “Interstellar”. L’unica cosa che rimane di quel film è effettivamente l’interpretazione di Benedict Cumberbatch e il suo magnifico inglese upper-class. Il resto è già dimenticato.

Da ricordare che nei paesi anglosassoni l’omosessualità fu reato punibile con la morte fino a inizio Novecento e solo nel 1967 venne definitivamente depenalizzata. In Italia, il codice Rocco – di tradizione napoleonica, quindi risalente ai valori della rivoluzione francese – non prevedeva alcuna legge speciale per comportamenti sessuali tra persone dello stesso sesso.

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