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“Il nome del figlio”, di F. Archibugi ★★★★☆

 

E’ tutto merito di Paolo Virzì. Che è riuscito a far alzare dal divano in cui era sprofondata, una delle migliori registe italiane dei nostri anni. Francesca Archibugi (“Mignon è partita”, “Il Grande cocomero”, “Questione di cuore”) ha perso diversi anni per la realizzazione di un progetto (sulla migrazione) che non è mai venuto alla luce. Ma ora, grazie alle insistenze del suo produttore, Virzì, appunto, torna in sala più fulgente che mai.

“Il nome del figlio” ha una lunga lista di paternità. E’ nipote di una pièce teatrale francese (“Prenom”) e del suo adattamento cinematografico (in italiano: “Cena tra amici”). Ma di quel delizioso battibecco intorno alla tavola di un gruppo di amici e parenti che – parlando del più e del meno – aprono il vaso di Pandora sul loro passato, Archibugi fa un piccolo grande affresco generazionale italiano.

Un pannello meraviglioso, pieno di fotografie e citazioni e suggestioni, in cui ritrovare tutto quello che molti di noi hanno vissuto: speranze, miti, ipernarcisismo di una generazione di figli di comunisti, convinti di essere detentori unici di sapienza, eleganza e verità.

Magnifici tutti gli attori (Valeria Golino, Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Micaela Ramazzotti, Rocco Papaleo); ognuno di loro fa, del proprio angolino di storia, un perfetto caleidoscopio umano. La regia è calda e movimentata al punto giusto, la scrittura è punteggiata al millimetro, la scenografia ruffianamente casalinga, il montaggio preciso come un bisturi. La punta retrò scandita dalle note di “Telefonami tra vent’anni” sparge una manciata di polvere sulla mobilia dei ricordi. Archibugi lo fa con sapienza, tanto da rendere orecchiabile una nota che facilmente stona.

Ultima lode ai curatori dei titoli di testa e coda, nomi come foglie composti e scomposti dal vento del tempo.

Il risultato è il meglio della commedia italiana; nel suo ambito, un capolavoro. Che poi il finale – di cui non diciamo – sia un regalo alla vita vera, ci commuove alle lacrime.

“Il nome del figlio” è un omaggio alla nostra stronzaggine e al modo in cui, un tempo, ci amavamo.

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