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“Hungry Hearts”, di Saverio Costanzo    ★★★☆☆

 

Una storia che non vorresti vedere né ascoltare. E, seppure, che almeno il colpevole sia chiaramente condannato. Ma nel film di Saverio Costanzo “Hungry Hearts” di colpevoli non ce ne sono, lo spettatore in fondo al suo cuore sa che non se la può prendere con nessuno. Può solo digerire quel boccone amaro che ogni tanto la vita ci offre, per ragioni tutte sue.

Mina e Jude si conoscono nel più indicibile e ironico dei modi: chiusi in una toilette mentre lui ha un attacco di dissenteria. Si parte dalla quasi-farsa per arrivare alla commedia radiosa e gentile del matrimonio, al dramma delle difficoltà di una gravidanza, alla tragedia di un amore eccessivo. Un ossimoro?

Ispirato al romanzo “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, Saverio Costanzo usa la sua alta professionalità (a testimonianza, i magnifici “Private” e “In memoria di me”) per fare in modo che lo spettatore impatti con l’enormità di ciò che avviene sullo schermo (ppp, riprese distorte, lenti deformanti), ne abbia addirittura paura (la musica, di Piovani, e il ritmo giocano con il thriller). Ma rimanendo sempre un po’ a distanza, gelato sulla poltrona, costretto a guardare ai personaggi senza empatia eccessiva. Aiuta la figura quasi respingente di una Alba Rohrwacher dalla pelle arrossata e segnata per l’eccessiva magrezza. Un po’ troppo carica, forse, sin dall’inizio della pellicola (i capelli che impazziscono sul suo viso minuto), eppure nonostante tutto è difficile giudicare anche la sua Mina, metterla sul banco degli imputati. Costanzo vuole proprio questo, sollecitare non l’empatia ma la compassione. Compassione per loro, compassione per noi.

Il suo cinema rapisce, ma il nostro cuore affamato rimane come congelato, impigliato nelle immagini e nella profondità del nero dei suoi tagli.

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