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“American Sniper”, di Clint Eastwood ★★★☆☆

 

Il mondo tagliato con l’accetta: qui i buoni, lì i cattivi, qui la giustizia, lì la crudeltà. E via discorrendo. Non è mai un racconto che ci piace, quello senza sfumature. Lo dicevamo pochi giorni fa a proposito del cinema di Ken Loach. Ma il cinema non si nutre di posizioni ideologiche e così, mentre “Jimmy’s Hall” ci lascia annoiate e infastidite, “American Sniper” ci tiene inchiodate alla sedia, nonostante sia una lunga rappresentazione di sparatorie, ammazzamenti, fuciloni, mitraglioni e muscoloni. Eppure…

Non c’è nessuno come Clint Eastwood che sappia raccontare le radici americane. Perché nessuno è più americano di lui nel midollo, e orgoglioso di esserlo. Nel suo cinema vediamo tutto quello che c’è da vedere di un’umanità divisa in lupi, pecore e cani pastore. I primi uccidono, i secondi si lasciano uccidere, i terzi vegliano perché giustizia sia fatta e la famiglia venga messa al sicuro. Gli americani di Clint sono cani pastore, Chris Kyle è il prototipo-santino del cane pastore, cecchino campione di morti in Medio oriente, pronto ad uccidere i bambini iracheni pur di difendere la patria e i suoi commilitoni. Prima di dire che noi europei siamo superiori a tutto questo, ci penserei bene.

Il fatto è che Eastwood ti racconta la sua storia e i suoi eroi con la trasparenza – e anche la scontatezza – di un assioma e lascia che il suo cinema canti come una melodia, scorra felice su un pentagramma, è blues ricco di sottigliezze, quelle stesse che mancano al racconto e si espandono invece multicolori nella realizzazione. Clint Eastwood conosce il suono del cinema e per chi ha le orecchie aperte, non è mai una delusione. Certo, la promessa di Clint e Bradley Cooper al padre di Chris Kyle di trattare suo figlio come un eroe assoluto per avere il permesso di girare, non è garanzia di libertà d’autore. Ma così è. Loro (Bradley Cooper è anche il produttore del film) volevano fare un film-elegia e l’hanno fatto. E gli è riuscito bene.

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