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“Magic in the moonlight” – di Woody Allen ★ ★ 1/2 ☆☆

 

Woody Allen sa come galleggiare con eleganza. Sono anni che il piccolo grande ebreo newyorkese ci propina il suo filmetto annuale lasciandoci poi per qualche giorno a domandarci se abbiamo visto un capolavoro senza accorgercene o se il tipo ci sta prendendo in giro.

Il fatto è che Allen sa usare i mezzi che il cinema gli offre: luce, scenografie, costumi, attori, scrittura… Conosce tutto, sa come usare gli ingredienti, come dosarli e assemblarli. Tocco iniziale: un’idea witty, termine che in italiano sta tra lo spirito e il genio. Il resto poi viene da sé.

In “Magic in the Moonlight” l’idea è quella di mettere a confronto lo spirito razionale di Stanley (Colin Firth) con i poteri paranormali di Sophie (Emma Stone). Gli argomenti di entrambi sono risibili, ma il gioco delle parti – che ovviamente si capovolgeranno – è talmente arguto, aggraziato, ammanierato, che non si può fare a meno di guardare lo schermo per 90 minuti con aria beota (e a tratti annoiata). Dopo due giorni il film scompare dalla nostra memoria, si confonde con almeno due o tre dei titoli precedenti di Allen e l’idea rimane lì a galleggiare, come il suo soggetto: ma Allen ci fa o ci è? E’ un genio o un paraculo? Il suo è cinema che rimarrà o svanirà in buona parte con il suo autore?

Di certo però c’è il talento di quest’uomo. Qualsiasi cosa, uomo, donna, macchina o prato, Allen lo trasforma in cinema. Il SUO cinema. E non è poco. Per il resto, scegliete voi. Ma mi raccomando, in v.o.!

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