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“Torneranno i prati” di Ermanno Olmi   ★★★☆☆

 

Forse non lo è, ma sembra un film fatto su commissione. “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi ha il tono della grande commemorazione, dell’omaggio istituzionale alla Prima guerra mondiale e ai suoi poveri soldati contadini. Olmi stringe il campo di battaglia, ricorda (con dedica) il padre alpino, si ispira a un racconto letterario (“La paura” di Francesco De Roberto), si chiude in una trincea seppellita dalla neve alpina nell’inverno del 1917.

Un manipolo di soldati con le facce di fame e di freddo, aspettano nell’arco di un’unica notte l’attacco nemico. Gli ordini arrivano da lontano, chiedono l’impossibile. I generali non sono lì, dalle loro calde postazioni chiedono manovre e non pensano agli uomini. Il paesaggio non prevede presenza umana, anzi la rigetta e solo il cielo immenso e terso ricorda allo spettatore come al soldato che canta alla luna che siamo tutti figli dello stesso creato.

La perfezione della ricostruzione scenica, dei costumi, dei volti, restituisce cartoline penose e sofferenti. Tanto perfette e a se stanti da esulare dalla costruzione filmico-narrativa. Più un canto elegiaco che un romanzo, “Torneranno i prati” ha la potenza visiva ed evocativa di Olmi, ma non la maestosità di un’opera. Dritto al cuore arriva il sentimento di inutilità e follia della guerra, ma rimane lì, senza scelta di svolgimento, senza possibilità di incidere nel profondo. Per assurdo che sia – detto di un maestro come Olmi – “Torneranno i prati” non è un film, ma una foto d’epoca dalle sfumature seppiate su cui piangere i propri giovani morti, per poi riporla nuovamente nel cassetto.

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