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Ritorno a L’Avana, di L. Cantet   ★★★☆☆

 

Un grande terrazzo affacciato sui tetti e le strade de l’Avana, più in là si intravede il mare. Cinque amici dei tempi del liceo si ritrovano, ultracinquantenni, per festeggiare il ritorno di Armando, deciso a ristabilirsi a Cuba dopo la sua fuga in Spagna durata 16 anni. La festa-reincontro dura da un tramonto alla successiva alba. Un canovaccio essenziale, teatrale, per il settimo lungometraggio di fiction del regista Laurent Cantet (Palma d’oro per “La classe” nel 2008), affascinato da Cuba e dalla sua storia e per questo deciso a lavorare sulle sue più recenti istanze. Fondamentale il suo incontro con lo scrittore cubano Leonardo Padura, con il quale decide di buttare giù un canovaccio per un corto, che poi diventerà lungo. Provini a improvvisazione con i migliori attori cubani e il risultato è “Ritorno a l’Avana” (nell’originale “Retour a Ithaque”), in sala dopo la vittoria alle Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia.

Nella realizzazione, il regista si sente che ha scelto di rimanere a guardare, di lasciare la parola e lo spazio ai protagonisti. Sono loro – veri cubani – a dover raccontare cosa è successo in questi 16 anni di lontananza, quali rancori hanno lasciato in sospeso, quali scelte hanno compiuto e perché, e soprattutto che fino hanno fatto i loro sogni di cambiamento. Oggi sono delusi o soddisfatti, hanno lottato per la cosa giusta o sono stati ingannati?
Moltissimi i temi nel piatto, del resto non solo “cubani”.
Compreso quello, centrale per tutti noi umani, della paura – delle conseguenze, del potere, della ritorsione – che si può vincere solo guardandola in faccia.

In “Ritorno all’Avana” si sente il lavoro raffinato, di tavolino, di un regista così attento alle vicende umane come Cantet e di un grande scrittore come Padura. Nonostante lo spazio e l’azione limitatissima del film, viene fuori tutto ciò che deve venir fuori sugli ultimi decenni di storia dell’isola. Tuttavia “Ritorno all’Avana” non è un film appassionante ed è soprattutto un e(o)rrore macroscopico vederlo doppiato. Perché gli attori improvvisano molto, sono pieni di gestualità, si ripetono, compiono percorsi semantici non sempre significativi. Insomma, a nostro avviso Cantet gli ha lasciato troppo la mano, creando una certa confusione e soprattutto non supportando tanta “veridicità” con un filo drammatico costantemente teso. Bella e funzionante invece l’idea di questa Avana vista dall’alto nei suoi vicoli, i rumori, la musica, le chiassate.

Le autorità cubane hanno ovviamente visionato tutti i materiali prima di dare l’ok all’inizio delle riprese. E il fatto che il film sia stato realizzato e “vistato” da Cuba lo rende a suo modo un documento storico. Testimone egli stesso della nuova fase dell’isola, che comincia a permettersi una riflessione onesta. E a guardare in faccia le proprie paure.

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