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“Due giorni e una notte” – di J. Pierre e Luc Dardenne  ★★☆☆☆

 

di Roberta Ronconi

In due giorni e una notte Manu deve trovare il modo di salvare il posto di lavoro. Non deve combattere contro il suo datore di lavoro, no, peggio. Deve convincere i suoi colleghi a rinunciare a mille euro di bonus, la cifra che ognuno di loro si metterà in tasca in cambio di un licenziamento.

Ai Dardenne basta davvero niente per fare cinema. Un’idea, uno spunto di cronaca, per scatenare sulla scena la miseria della condizione umana. Sull’arena di “Due giorni e una notte” non si contrappongono padroni e lavoratori, ma un gruppo di “pari” a cui è stata lanciata una manciata di monete. Dieci biglietti da cento euro non cambiano la vita di nessuno, servono giusto per rimettere in sesto un terrazzino, pagare la retta di un figlio all’università per un anno, farsi una vacanza. Basta chiudere gli occhi e prenderli, senza pensare che costano una vita umana. Quella di Sandra (Marion Cotillard), tornata al lavoro dopo un periodo di depressione, due bambini e un marito meraviglioso (il bravissimo Fabrizio Rongione) e di nuovo gettata sull’orlo del baratro, costretta a pietire la propria salvezza bussando di porta in porta.

La nuova “Rosetta” dei Dardenne (il film del 1999 che li fece conoscere al mondo e che valse loro una Palma d’Oro) si dispera non per l’ingiustizia del mondo, ma per la sua perdita di umanità, per il senso di solidarietà svenduto in cambio di qualche spiccio. Asciutto, discreto, essenziale. I Dardenne continuano a fare il loro cinema naturalista, fedele alla realtà e ai sentimenti umani. Non toccano quasi il paesaggio, con la loro camera a mano e la luce quasi mai modificata, restano in “Due giorni e una notte” a una certa distanza dai fatti, con pudore e rispetto.

Marion Cotillard, viso e carriera di alto lignaggio, è anch’essa misurata e disposta a mettere la propria fragilità al servizio di quella di Sandra. Una fragilità che la renderà infine vincente.

Nulla da dire, tutto funziona come deve. Ma personalmente non sono mai stata particolarmente in sintonia con il cinema di questi due autori belgi. Non mi emozionano quasi mai, non mi fanno tremare. E la scelta della “bobo” Cotillard (volto di Dior) per vestire i panni della proletaria di periferia, a mio avviso rende la messinscena quanto mai improbabile. Che dire, io e i Dardenne emozionalmente vibriamo su livelli diversi. A ognuno la propria strada, senza rancor.

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