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Pasolini, di Abel Ferrara    ★★★★☆

 

di Roberta Ronconi
La casa dell’Eur, il suo letto, i giornali, la sua mammetta, la cugina, l’amica Laura Betti. In testa un film da realizzare al più presto (“Porno-teo-kolossal”) con Eduardo De Filippo e un libro, “Petrolio”, sulla borghesia romana. Gli amici della periferia, il calcetto in un campo spoglio, un’intervista con Furio Colombo (dal titolo profetico “Siamo tutti in pericolo”), a cena da Pomidoro con Ninetto e famiglia. E infine il giro notturno a Termini, tra i suoi ragazzi, a cercarne uno da far cenare e con cui andare a scopare all’idroscalo.

Una giornata di Pasolini, l’ultima. Questo il film di Abel Ferrara. Che mette tutte le sue ossessioni e la sua passione nel far rivivere quest’uomo, la sua carne e i suoi pensieri almeno per due ore, ancora un altro po’, perché non muoia subito, ma aspetti, aspetti ancora. La critica ha bacchettato aspramente questo film. Perché riapre la tomba di Pasolini solo per mostrarci un cadavere – scrivono – perché per quanto bravo, Abel Ferrara non è Cristo, non sa resuscitare l’uomo. Ma solo farlo camminare come uno zombie.

Eppure Ferrara tenta disperatamente. Entra nelle pieghe della testa di Pier Paolo, cerca di capire come sarebbe stato, quel porno-kolossal sull’inferno e il paradiso, cosa ci avrebbe detto “Petrolio” fino alla fine. E poi lascia che sia il corpo dell’attore a parlare – quello magnifico di Willem Dafoe – sperando che magari lui il miracolo lo faccia.

Io l’ho visto, Pasolini, nel film di Ferrara. L’ho visto e l’ho riamato. L’ho visto come non si vedeva nei tentativi precedenti (Marco Tullio Giordana, che però affrontò soprattutto la parte giudiziaria in “Un delitto italiano”), l’ho visto come proprio doveva essere lui, e come proprio ci ha creduto questo regista americano trapiantato in Italia, maledetto e benedetto come lui, PPP, capace di percorrere le strade umane tanto in alto quanto in basso, nella carne e nello spirito, senza salvare nulla. L’ho visto perché è il regista che si è messo a nudo, lasciandosi attraversare da una straziante pietà per quel gigante che egli sente fratello.

Un film da vedere non con i pensieri né con gli occhi, ma con le fibre del nostro essere. Saranno loro a mostrarci la bellezza malinconica di questo omaggio.

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