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“Il giovane favoloso”, di Martone ★★★★☆

 

La prima reazione è di stupore. Per anni –quelli scolastici – ci siamo nutriti a forza della poesia di Leopardi e non ci abbiamo capito nulla. Non abbiamo sentito il suono dei suoi versi, la disperazione del suo sguardo, la musica della sua infelicità che così profondamente avrebbe potuto incontrare la nostra, di adolescenti. Se fosse anche solo per questa tardiva scoperta, saremmo sinceramente grate a Mario Martone e al suo film “Il giovane favoloso”. Ma non è solo questo il suo merito.

Seguendo una struttura storico-filologica rigida, che segue il conte a partire dalla beata fanciullezza nella casa paterna, poi lungo i patimenti di giovane dal pensiero geniale e dal corpo fragile costretto ai confini austeri di Recanati, fino alla soglia della fine, al canto di quella “Ginestra” che molti leggono come il suo testamento spirituale. Seguendo dunque la strada maestra, Martone e il suo magnifico interprete Elio Germano ci restituiscono la fotografia di una Storia – l’Italia a cavallo tra due secoli e tra fine del classicismo e primi  barlumi di romanticismo – in cui si dibatte l’animo di un uomo che la sofferenza fisica e morale sbalza avanti di quasi un secolo, sino a toccare le corde profonde e ultra-moderne dell’esistenzialismo.
Pulita, diretta, capace di valorizzare la parte per il tutto, la poetica di Martone prosegue lungo la strada già tracciata da “Noi credevamo”. Regista maturo e caloroso, Martone sa come ridare vita al passato, concentrandosi sui personaggi e lasciando che da essi scaturisca l’ambiente. Per questo raccoglie i suoi migliori risultati nel lavoro con gli attori (perfettamente coadiuvato in ciò dal lavoro di bravi costumisti, truccatori e scenografi). A rifinire l’opera, il bel lavoro del direttore della fotografia Renato Berta e del montatore Jacopo Quadri.

A “Il giovane favoloso” non manca però qualche pecca. Il film va in calando. Magnifica la prima parte recanatese, poi abbassa il livello durante i periodi romano e napoletano del poeta. I tempi del racconto si abbreviano, ma si allunga inutilmente il narrare, si perde il centro del film, il regista non sa come arrivare con il giusto ritmo alla fine oscura de “La ginestra”. Ne risente la concentrazione e la bellezza dell’insieme.
Inspiegabile, inoltre, e fastidiosissima la scelta di stampare al contrario il ritratto di Germano nelle plance pubblicitarie.

Per il resto, ci auguriamo che tutti ne approfittino per recuperare sul grande schermo la bellezza di questo italiano. E per ritrovare la sua poesia come materia viva. Superfluo l’invito alle scuole e soprattutto agli insegnanti, perché almeno ci provino a spiegare chi era Leopardi.

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