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Senza nessuna pietà, di Michele Alhaique ★★☆☆☆

 

di Roberta Ronconi

Noir di famiglia, in interno malavitoso romano. C’è il padrino Santili, il figlio pazzo e crudele Manuel (Adriano Giannini), il nipote gigante buono Mimmo (Pierfrancesco Favino), la puttana per sbaglio Tania (Greta Scarano), il compare doppiogiochista il Roscio (Claudio Gioè).

L’attore debuttante alla regia di lungometraggio Michele Alhaique costruisce scolasticamente un noir di piccola mafia palazzinara non riuscendo a sfuggire ad alcun clichè. Volutamente o meno, ci conduce didascalicamente negli strazi esistenziali del gigante buono e sentimentalmente naif Mimmo – un Favino ingrassato senza necessità -, che vorrebbe vivere una vita da onesto manovale, ma è costretto a delinquere dalla “famiglia”.

Il fuoco degli obbiettivi continuamente va e viene per mano del direttore della fotografia Ivan Casalgrandi, la musica batte insistente sul pathos per opera di Luca Novelli e Alexandre Busson, la sceneggiatura (del regista, assieme a Garello e Scaringi) riesce a fatica a rimanere sui binari del “non troppo” detto. In realtà, l’intero film sembra costruito sulla “grandezza” di Pierfrancesco Favino, qui anche nei panni del produttore. Invece dobbiamo dire che, quando un’opera nel suo insieme non funziona, non c’è prova d’attore che tenga. In “Senza nessuna pietà” Favino sembra più un caratterista che un vero attore e, a parte un paio di momenti davvero intensi, non ci regala nulla di imprevedibile.

Da salvare, invece, la bella interpretazione di Greta Scarano (Tania) e la ricomparsa di Iris Peynado, ora molto più brava di quando era semplicemente bellissima.

Da un’opera prima, più che un compito fatto secondo regola noi ci aspettiamo un segno autorale, l’inizio di un originale (personale) audace percorso. Magari pieno di errori, ma coraggioso. In Italia, è vero, non ce lo possiamo permettere. Ma qualcuno, nonostante tutto, ci prova. E non è il caso di Michele Alhaique. Insufficiente.

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