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“Locke”, by Steven Knight ★★★☆☆

 

di Roberta Ronconi –

Tutto in una notte, tutto in una macchina, tutto in una faccia.
“Locke” (seconda regia dell’inglese Stephen Knight, più noto come sceneggiatore sempre al limite dell’Oscar) è stato uno dei film più osannati dalla critica internazionale dopo la sua anteprima mondiale all’ultima Mostra del cinema di Venezia.
Ivan (il britannico Tom Hardy) è un capocantiere di prima categoria. E’ alla vigilia di una delle operazioni più importanti per la sua compagnia, ma è costretto a mollare il cantiere di Birmingham per fuggire a Croydon, sulla sua Bmw. Non ha altra scelta. Ad attenderlo è la nascita del suo terzo figlio, concepito assieme ad una donna matura durante un’unica notte di letto. A casa lo aspettano la moglie adorata e i due figli, la mattina all’alba lo aspettano un centinaio di operai e di camion al lavoro. Ma lui ha deciso di rinunciare a tutto per questo nascituro, per non dover sopportare la “colpa”, che fu del padre, di mettere al mondo un uomo che si sentirà per tutta la vita un bastardo.
Più che un film maturo, “Locke” sembra un saggio di cinema. Costruito a tavolino, studiato in ogni dettaglio, affidato a un magnifico attore, “Locke” dà soddisfazione massima al critico senza tradire lo spettatore normale. Tutti si possono godere il sottile brivido che percorre la schiena nell’assistere a questo viaggio decisivo per un uomo che ha deciso di perdere tutto per un gesto di coerenza.
In realtà, la vera trama “emotiva” del film è un’altra. Lo spettatore infatti sta vedendo anche un’altra trama, quella che – a causa della stanchezza e dell’influenza, con conseguente assunzione di farmaci – potrebbe portare in ogni istante il nostro protagonista alla morte. Le luci sfocate delle macchine viste in soggettiva ci causano ogni volta un sussulto. Non è un caso che il film sia definito dal suo autore un thriller.
Un grande saggio, dunque, da propinare a forza a tutti gli studenti di cinema. Per quanto riguarda il pubblico normale, personalmente non gridiamo al miracolo – sceneggiatura troppo fredda, a tratti scontata per l’eccesso di precisione – ma alla buona visione, sì.
Curiosità. Il film è stato girato in otto notti. Ogni notte Tom Hardy ha girato due o tre volte l’intera scena in piano sequenza e l’influenza è stata aggiunta sullo script perché l’attore era effettivamente malato. Nelle telefonate – uno degli esercizi più difficili per un attore – Hardy è stato costantemente assistito da un gruppo di attori.

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