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“Le meraviglie”, di Alice Rohrwacher ★★★☆☆

 

di Roberta Ronconi – Un casolare semiabbandonato e una grande aia inzaccherata nel cuore della Tuscia. Ci vive dentro una curiosa famiglia, con un’aria anni Settanta. Una donna (Alba Rohrwacher), il suo compagno tedesco, le loro quattro figlie  e un’amica berlinese della coppia. Sembrano essere scappati dalla civiltà per vivere la loro vita fatta di natura, animali, relazioni e nessun condizionamento esterno. Il capofamiglia, più che il burbero Wolfgang, sembra essere la figlia maggiore, Gelsomina, 12 anni e braccio destro del padre nella loro attività di apicultori. Tutte le sorelle rispondono a lei e persino i servizi sociali – che chiederanno alla strana famiglia di prendere in affido per qualche tempo un ragazzino da riformatorio – si rivolgono a lei per la decisione finale.

E’ ancora Gelsomina che decide di partecipare ad un concorso Tv in cui la “fata etrusca” Milli Catena (Monica Bellucci) assegnerà al miglior coltivatore della zona un mucchio di soldi e un viaggio premio. Il padre, per amor suo, si sottometterà per qualche tempo alle regole della civiltà, anche se dei soldi non sa che farsene. “Le meraviglie”, opera seconda di Alice Rohrwacher, vincitrice a sorpresa del Grand Prix di Cannes 2014, più che una storia è un luogo e un tempo catturati furtivamente dalla cinepresa. Luogo e tempo abitati da fate e fantasmi, anime passeggere, spiriti dei boschi e della campagna che, così come sono giunti, inaspettati, a rianimare una casa, allo stesso modo spariranno.

Alice Rohrwacher sa quello che fa, sa come muoversi quasi in punta di piedi, sa come destreggiare il materiale fantastico, sa come accostarsi all’adolescenza senza nuocerle né distorcerla. “Le meraviglie” è dunque un’atmosfera, un’aria, un’idea che un tempo c’era e ora non più. O forse, meglio, un’ispirazione che invita il futuro a seguire altre strade.

Non eravamo a Cannes e non sappiamo se il premio è meritato. Possiamo però dire con certezza che “Le meraviglie” è un film che alza di un paio di tacche il nostro livello medio di visione italiana,  e dunque non va perso.

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