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“Noah”, di D. Aronofsky ★ ★ ☆ ☆ ☆

 

di Robert Ronconi – 

Cosa era del mondo, prima che tutto iniziasse? Con “Noah”, l’altalenante e geniale Darren Aronofsky ( a nostro avviso autore di capolavori come “Il cigno nero” o “The Wrester” e di film confusi come “The Fountain”) compone la sua personale risposta. Mettendo insieme Genesi, teorie creazioniste ed evoluzionismo darwiniano vediamo l’umano crearsi dall’universo, uscire dalle acque, strisciare sulla terra, alzarsi sugli arti e afferrare la mela.
Caino ucciderà Abele e darà vita alla stirpe degli uomini che rivendicano la propria divinità. Ma spesso ci dimentichiamo del terzo fratello, figlio di Adamo ed Eva, Seth. Noah, figlio di Lamech, figlio di Matusalemme, è la decima generazione dei discendenti di Seth e ha dato vita alla genealogia – Cam, Sem e Jafet – che creerà il nuovo mondo. Ma prima dovrà fare i conti con l’ultimo discendente di Caino – Tubal Cain – e il suo esercito di pezzenti crudeli e affamati. Ad affiancare Noè nella battaglia, il piccolo manipolo degli Watchers, i Vigilanti, angeli caduti dal cielo, rinnegati dal Padre, presso cui Caino aveva trovato accoglienza.
Non sappiamo sinceramente quanto Aronofsky e il suo compagno di sceneggiatura preferito, Ari Handel, siano stati fedeli alle sacre scritture, e sinceramente non ci sembra tema di grande interesse. Un film non deve essere fedele a nessuno, se non a se stesso. Per noi cristiani è poco comprensibile anche il motivo per cui il film è stato censurato in buona parte del mondo islamico (Noè nella religione islamica è uno dei 25 profeti, e come tale non può essere rappresentato da un mezzo come il cinema), ma anche questo va al di là delle nostre intenzioni di giudizio. Resta il film, la sua sceneggiatura, gli effetti speciali, il cast e tutto il resto. A parte la scelta un po’ bizzarra di utilizzare solo “bianchi” per tutta la prima genia terrestre, a noi la struttura del racconto è piaciuta. Bella e condivisibile l’ispirazione di fare della lotta eterna tra i discendenti di Caino e quelli di Seth una battaglia interiore, propria di ogni umano in cui l’ispirazione a farsi dio – essere superiore a tutti gli altri esseri del creato, con diritto di vita e di morte – convive con la fede in un dio “altro”, da servire senza discutere. Non è dunque solo una questione di bene e di male, che ci attanaglia, ma di collocazione dell’umano nel creato. “Noah” rende bene l’idea, grazie anche all’interpretazione di un Russell Crowe tormentato dalle decisioni che Dio gli impone attraverso sogni e visioni (Matusalemme gli propina l’ayahuasca). Non ci disturbano affatto, anzi, i Vigilantes-Transformers, angeli caduti appunto, la cui luce è rimasta intrappolata nel magma della Terra, trasformandoli in pietroni camminanti. Belli i paesaggi, gli effetti (il diluvio è magnifico) e le musiche. Esprimiamo invece le nostre perplessità su parte del cast, dove accanto al rude Crowe appare, nei panni del figlio Sem, un fighetto con pizzo perfettamente rasato (Douglas Booth). Più corrette le scelte di Emma Watson nel ruolo di Lla, figlia adottiva di Noah e della bella Jennifer Connelly nei panni di Naamah, compagna del patriarca.
A proposito di panni… Personalmente siamo state distratte per quasi metà del film dallo stile dei costumi. Lo definisce “ancient-chic” il designer costumista Michael Wilkinson, tutto un gioco di vestiti sovrapposti, con grandi cuciture e stoffe tra il jeans e il rude. Cappottini, giacchette, pantaloncini per lui, gonnelle per lei. Ci mancava solo che aprissero l’ombrellino alle prime gocce… Una distrazione costante, per la nostra visione, probabilmente ispirata alla graphic novel che ha preceduto l’uscita del film.
Risultato: altalenante. Non certo il miglior film di Aronofsky, ma comunque un bel tentativo di trattare la Genesi come testo storico. Da tempo non se ne vedeva, al cinema. Se non sempre centrato, Aronofsky si conferma comunque uno dei più originali autori americani. Condizione più che sufficiente per non perderlo in sala.

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