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“Anni felici” di D. Luchetti ★★★☆☆

 

di Roberta Ronconi

Terzo possibile capitolo di una trilogia di ritratti familiari (dopo “Mio fratello è figlio unico” e “La nostra vita”) in “Anni felici” Daniele Luchetti racconta ancora più direttamente se stesso, bambino schiacciato tra due genitori ingombranti. Siamo nella prima metà degli anni Settanta, il padre è un artista che spera un giorno di essere definito “cattivo” e che teme come la morte la “convenzionalità” (Guido, interpretato da Kim Rossi Stuart), la madre una donna di casa appassionata e gelosa (la Serena di Micaela Ramazzotti). In primo piano, l’incontro-scontro della coppia e le agitazioni di quegli anni viste attraverso la lente delle loro scelte e delle loro fughe. In secondo piano, il cuore vero del film, i due figli (il più grande, Dario, è appunto il regista) testimoni loro malgrado della vita possente, onnivora e caotica dei loro genitori.

Ho visto il film due volte quasi di seguito per capire cosa va e cosa non va, a mio parere, nel film di Luchetti.

Non va Micaela Ramazzotti, attrice monocorde, ottima nell’interpretare se stessa, ma priva di tutte le sfumature necessarie a Serena (una donna che in una sola estate attraversa il cambiamento di un’epoca). Non va la voce off del regista che spiega ciò che non va spiegato e appiattisce il racconto a una pagina scritta. Non va il passo della sceneggiatura, “convenzionale” come giustamente temerebbe Guido. Va, e come un treno, Kim Rossi Stuart che si conferma il miglior attore italiano di questi anni. Da solo infila gli spettatori nella storia, nella passione e nelle frustrazioni non solo di un personaggio, ma di un’intera generazione di artisti dell’avanguardia. Vanno i bambini e le loro scene, oneste, pulite, ben scelte. E il “tema” di una generazione costretta ad assistere in diretta ai tormenti dei genitori è assolutamente centrale per capire quegli anni e anche i successivi.

Daniele Luchetti, per concludere, si conferma buono studente di un cinema solido fatto di attori ben diretti e di scrittura a tavolino. Tanto serio mestiere ma pochi guizzi, poca sorpresa, pochi colpi da maestro. “Anni felici” si lascia benevolmente vedere, senza scosse.

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