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“Il Sacro Gra”, di G. Rosi ★★★☆☆

 

di Roberta Ronconi
Il Gra (Grande Raccordo Anulare) visto come una centrifuga urbana. L’anello autostradale urbano più grande d’Italia – quello appunto che cinge i confini di Roma – funziona né più né meno come una centrifuga, appunto, che schiaccia sulla parete più esterna dal nucleo metropolitano chi a quel nucleo non è agganciato per consuetudine sociale. Sono lì, costretti in questa fascia esterna cittadini allontanati dal sistema, donne sfrattate, trans che si prostituiscono, un pescatore d’anguille e la sua moglie ucraina, un infermiere con la mamma inferma, un botanico esperto in palme e punteruoli rossi, un padre e una figlia che sembrano giunti da un altro pianeta, un dj indiano, un conte decaduto.
Tutti loro sembrano l’altra faccia dei terrazzinari di Sorrentino (“La grande bellezza”): come questi hanno occupato il centro della città e se ne cibano, così i marginali del Gra hanno preso posto – forzatamente – alla sua periferia estrema. Palazzi in mezzo al nulla dalle cui finestre però . Con un po’ di sforzo, possono dunque dire di abitare a Roma.
Solo i romani o chi è costretto a diventarlo solo per lavoro, sa che mostro sia il Gra: un temibile anello capace di fagocitarti per ore e non lasciarti mai uscire se non sei abbastanza pronto all’azione. Uno smistatore di ferro e carne umana che gira e trita e sputa tutto ciò che entra nelle sue spire. Magnifica dunque l’idea di andare a vedere cosa succede in questo ganglo onnivoro della capitale, esplorazione che nessun cittadino oserebbe mai fare da solo. Ci vuole la forza del cinema (e la curiosità di un paesaggista come Nicolò Bassetti, ispiratore dell’idea) per partire all’avventura, come in una giungla di Salgari , come nelle città invisibili di Calvino, suggerisce lo stesso Rosi. Insieme a “La mia classe” di Daniele Gaglianone ma anche a “L’intrepido” di Gianni Amelio, il “Sacro Gra” manifesta dunque la volontà del cinema italiano di esplorare l’Italia e i suoi abitanti da diversi punti di vista. E sono proprio i punti di vista a fare, anche dei documentari ora citati, importanti oggetti cinematografici. Rosi non guarda mai “in faccia” i suoi personaggi. Non li sta interrogando, li sta osservando da diagonali che partono dai corpi e si fermano sopra di loro, in modo da inglobare nell’inquadratura corpi e spazio. “Sacro Gra” è un film fatto di linee, curve, rette, vettori, geometrie rispettose del disegno costruito insieme da umani e paesaggio.
Come è noto, il documentario di Gianfranco Rosi ha vinto il Leone d’oro. Non possiamo dire se meritatamente o no, perché non abbiamo visto tutti i film in concorso quest’anno a Venezia. Però nel confronto almeno con l’altro italiano in corsa per il Leone, “L’Intrepido” di Amelio, possiamo dire di aver preferito quest’ultimo, perché vi abbiamo avvertito più calore, in un qualche modo più coinvolgimento da parte del suo autore. Rosi, che pure viene da capolavori come “Below the sea Level” e “Boatman”, qui lo troviamo più distante, più “al servizio” di un’idea non elaborata da lui, un po’ come ne “El sicario-Room 164” (dove la confessione del narcotrafficante in fondo lo prende un po’ di sorpresa, e decide di far condurre a lui il gioco). Una questione sottile, ma che a noi cambia la temperatura generale del film. Felici comunque che un documentario porti a casa un premio così importante. E’ in questo genere che buona parte della innovazione dello sguardo artistico sta facendo la sua strada.

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