“No”, di Pablo Larrain ★★★☆☆

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di Roberta Ronconi

1988. La dittatura cilena di Pinochet compie 15 anni. Tutto il male possibile è già avvenuto, ora si tratta di ripulire i muri del paese dal sangue. Lo vuole l’ipocrita finanza mondiale che chiede alle dittature di sciacquarsi le mani prima di toccare i soldi. I militari sono convinti che nessun referendum butterà giù il Generalissimo e le sue scelte liberiste, che hanno fatto del Cile uno dei paesi più “nordamericani” del continente. Quindi, si travestono da democratici e chiedono direttamente al popolo se vogliono ancora Pinochet per altri 8 anni, o no. La sinistra del paese è allo sbando, decimata dagli assassinii di stato e frantumata al suo interno. Deve inventare una campagna per il “no” e non ha idee particolarmente brillanti. Fino a quando non entra in gioco il geniale pubblicitario Renée Saavedra (Gael Garcia Bernal).

La storia, tratta da un testo teatrale e frutto di una immensa sceneggiatura, è poco conosciuta ed incredibilmente originale, oltre che vera. Suscita dunque grande curiosità e anche un certo humour andare a spiare nel buco della serratura della sinistra cilena, comprensibilmente votata ad una campagna incentrata su torture, desaparecidos e disastro economico, e vedere l’effetto che fa l’incontro tra i padri dell’opposizione e un pubblicitario che trova le loro idee terribilmente tristi e noiose.

Per dare un effetto verità al film, Pablo Lorrain (già apprezzato dai festival  per “Tony Manero” e “Post Mortem”) gira tutto in U-matic, nastro magnetico usato soprattutto per le riprese tv, tipico degli Ottanta.

L’effetto è quello di un making off di una campagna pubblicitaria che si trasforma in una grande sfida, prima ancora che politica, di strategia di marketing.

Candidato agli Oscar tra i migliori film stranieri, “No, i giorni dell’arcobaleno” è un film estremamente curato e rigoroso, sin troppo. “Difetto” comunque ai precedenti film di Lorrain. Fastidiosissimi ai nostri occhi ormai abituati a digitali da cartolina, gli spari in telecamera delle lampade che surriscaldano il nastro, sbrucciacchiandolo ogni volta che c’è una ripresa in controluce. Fastidiosa la sgranatura e i colori supersaturi. Il risultato è storicamente rigoroso, ma pesante per lo spettatore qualunque. L’andamento di ritmo è un po’ discontinuo, lento e impreciso all’inizio, si riprende nella seconda parte a scapito di qualche passaggio narrativo solo abbozzato. I metodi della polizia e dei militari nel controllare l’ordine pubblico e l’attività degli oppositori sembrano un po’ macchiettistici, così come tagliata con l’accetta risulta la moglie dissidente di Renée, oppositrice sempre scarmigliata, sguardo truce e scarse parole.

Noi, al contrario di gran parte della critica internazionale, il capolavoro non lo vediamo. Un buon film, sì, un po’ pedante ma godibile. Sopravvalutato.


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