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“Miele”, di V. Golino ★★☆☆☆

 

di Roberta Ronconi
Una donna efebica, dai tratti femminili appena accennati, il volto quasi immobile quando non corrucciato. Si presenta così Miele, “nome di servizio” della giovane Irene che per mestiere aiuta a morire chi è in fin di vita.Scelta coraggiosa, quella di Valeria Golino, che ha liberamente trasposto su schermo il romanzo “A nome tuo” di Mauro Covacich. Tutti coloro che hanno dovuto affrontare la morte per sfinimento di qualche caro – e siamo moltissimi – vedendo il film tireranno un sospiro di sollievo. E’ bello e tranquillizzante poter anche solo vedere che, nel momento del bisogno, qualcuno potrebbe esserci accanto, qualcuno sarebbe disposto ad aiutarci. Normalmente, legalmente, questo in Italia ci è negato. Chi è stanco di soffrire, per ora, può solo soffrire ancora. E sperare che sia la sofferenza, l’estremo dolore, a portarlo via. Una prospettiva che toglie il fiato e la dignità.

Miele sarà però costretta a fare i conti con l’ombra meno digeribile del suo mestiere. Si può infatti aiutare a morire chi è stanco della vita, non per malattia, ma per sfinimento dell’anima? Chi semplicemente vorrebbe andarsene con il minor dolore e danno possibile, per se e per gli altri? Scelta difficile, quasi impossibile.
Valeria Golino costruisce un racconto secco, rigoroso, in gran parte affidato al personaggio di Jasmine Trinca, assai enigmatico e di cui fino alla fine sappiamo poco. Forse una madre vista morire troppo a lungo.

Il tema così ostico si mangia tutto il materiale filmico, che risulta troppo scarno. Più che un sinuoso svolgimento, il lavoro procede per suggestioni, a volte disparate. L’acqua, il nuoto, la musica, qualche flash d’infanzia, l’amore sporadico e affamato per gli uomini, i malati, l’aspirante suicida che diventa quasi un secondo padre, per Miele, un padre (Carlo Cecchi) con cui condividere la verità.
Da una parte la morte, dall’altra la fame di vita. La tesi delle immagini è semplice, sin troppo. Manca un filo prezioso che unisca le perle, la regia e la sceneggiatura sono entrambe volitive ma acerbe. Trinca continua a sembrarci una donna interessante, ma un’attrice tutta da fare. Insomma, “Miele “ è un buon esercizio, ma non ancora un buon film.

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