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“La grande bellezza” di P. Sorrentino ★★★☆☆

 

di Roberta Ronconi

Visionario? Jep Gambardella subito ribattererebbe: <mi spieghi cosa intende per visionario>. Però sì, “La Grande bellezza” è un film visionario, è un lungo volo sugli attici di Roma, qualche planata rasa sui suoi giardini, le stanze segrete dei palazzi, i labirinti curiali dove corrono spose velate di Cristo, mascheroni e meduse ovunque tra piazze fontane cornicioni e cupole. Facile, voluto, celebrato, l’incontro con Fellini (della “Dolce vita” e di “8 ½” ma anche di “Roma” , visto che anche Sorrentino giunge in capitale da fuori) e il nostro Servillo qui (al pari di Mastroianni, entrambi attori feticci dei loro registi) ci fa da guida-pennivendolo, ma certo è passato mezzo secolo e il nostro “Marcello Rubini” (<Marcelloooo>) è riuscito finalmente a scrivere un (unico) libro e a diventare il cuore della mondanità capitolina. Sono in alto o di lato, sono dentro i palazzi o nascosti tra chiese e cupole. Mai nella città vera, questi signorotti e nobildonne, faccendieri e mignotte, che affogando nel martini si raccontano degli sforzi e della noia del vivere tra maggiordomi e cuochi, tate e chaffeurs.

Magistrale la fotografia di Luca Bigazzi, il cuore del film batte nelle sue immagini e in alcuni magnifici personaggi di contorno: il Roberto di Carlo Verdone, ingenuo ex ragazzotto di provincia con velleità teatrali, la Ramona di Sabrina Ferilli spogliarellista in età senza più illusioni e il grandioso quanto antipatico Jep Gambardella (un Toni Servillo senza più rivali), sempre pronto a distruggere le maschere altrui, tenendosi aggrappato alle proprie.

Quadri e bozzetti, qualche sequenza senza fiato, un’atmosfera rancida da nobiltà, più che decaduta, sprofondata nel suo stesso letamaio di cocaina e snobismo. Una bolgia purgatoriale che ciuccia sangue dalla bellezza di Roma, la quale indifferente lascia fare, da sempre così benevola verso la corruzione.

Tragica mancanza del film, la scrittura. Fellini aveva accanto, tra gli altri, pilastri incrollabili e incorruttibili – dal regista – quali Flaiano e Pasolini. Alla vaghezza di Sorrentino fa invece da sponda il solo Umberto Contarello, che non riesce nell’impresa. La storia se ne va per mille luoghi senza senso, butta in pasto al bozzettismo temi quali la santità e la dedizione alla povertà (come grande possibile alternativa), slabbra continuamente il racconto, tenta la chiusura del cerchio con un escamotage forzato. Tanto che alla fine ci bussa insistente alla mente, scanzonato e feroce, il nostro Jep che sussurra al regista: < Ma davvero crede che le basti citare Céline per sentirsi un intellettuale o avere un buon direttore della fotografia per fare grande cinema? Suvvia, non scherziamo…>. Che cattivo, Jep, stia un po’ zitto e ci faccia godere di quel che si può.

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