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“Un giorno devi andare” di G. Diritti ★★★☆☆

 

di Roberta Ronconi
Il cinema non è sempre “sì” o “no”. Partecipazione assoluta o rifiuto pieno. E’ il caso, ai nostri occhi, di “Un giorno devi andare” di Giorgio Diritti. Autore che si è fatto amare – personalmente – per “Il vento fa il suo giro” e conoscere a livello internazionale per il successivo “L’uomo che verrà”. In questo terzo lungometraggio Diritti parte per un viaggio intimo molto personale, probabilmente spinto dalla recente morte della madre e dai racconti, raccolti da lui in passato in Amazzonia, sulla figura di un missionario cristiano che decise di spogliarsi di ogni ruolo e vivere con gli indios.
Il suo personaggio, Augusta (Jasmine Trinca) è una giovane italiana che tenta di fuggire da un grande dolore. Una fuga che si trasforma in ricerca, di quello stesso dolore, per tentare di attraversarlo e trovare il modo di andare oltre. Per farlo, compirà un cammino difficile, di tentativo di condivisione umana con gli ultimi della terra e con la natura più forte e selvaggia che questo Pianeta ancora ci regala. Un cammino, non cattolico ma spirituale, interiore.
Il tema è dunque più che impegnativo, e questo è il maggiore merito del film. Il resto è un incitamento all’andare, al muoversi, all’abbandonarsi alla vita. Non quella dominata dalle finte sicurezze delle nostre tecnologie. Quell’altra, di vita, ancora presente in qualche parte di questo mondo, fatta di comunità umane che sanno cos’è la condivisione, la comunione del vivere insieme. E intorno, la natura, sozzata dalla povertà ma che ha ancora voce in capitolo e la fa sentire.
Grazie a uno sguardo sperimentato di documentarista, Giorgio Diritti dà ad ogni elemento la sua parte, non dimentica nessuno e nulla, organizza una grande orchestra vivente. Il problema a nostro avviso però sta nel “suono” della stessa. Alcuni strumenti suonano, altri no. Nonostante l’obbiettivo sia proprio quello di spingere al cambiamento, alla trasformazione attraverso il movimento, il personaggio principale di Augusta risulta statico, imbalsamato. E intrappola, nello stesso cristallo, i personaggi di contorno. L’impressione è che lo stesso Diritti sia partito con le idee troppo chiare, troppo pre-costruite. Non un regista alla ricerca, ma un autore in affermazione di tesi. Troppo cerebrale, troppo pronto. Un tema e un film del genere richiedono – per rispondere al richiamo – un’enorme disponibilità all’ascolto e anche prontezza nel cambiare le carte in tavola. Tutto questo, a nostro avviso, in “Un giorno devi andare” non c’è. La storia si muove, ma il film no. In più il regista è evidentemente “innamorato” della sua protagonista e la fotografa come una santina, cosa che rende Jasmine Trinca ancora più statica.
Rimane la grandezza del tema e del suo senso. Cogliamo, da spettatori ed esseri umani, il suggerimento. Come critici, aspettiamo che Diritti si faccia più umile e si lasci andare, fino in fondo.

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