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Zero Dark Dirty, di Kathryn Bigelow ★★★☆☆

 

di Roberta Ronconi

E’ dai tempi di “Strange days” che combatto con Kathryn Bigelow. Vedere i suoi film mi infastidisce ideologicamente, mi crea dissidi interiori, a volte veri e propri ribrezzi, ma finisco sempre per cadere nella fascinazione superficiale e diretta del suo gioco. Mi devo arrendere: Col. Bigelow (come ama farsi chiamare sul set) sa giocare al cinema e ogni volta mi costringe a provare piacere nonostante tutte le mie resistenze. Vale per “Strange days”, per “The Hurt Locker” e adesso anche per questo “Zero Dark Dirty” che ha scatenato una montagna di polemiche, in gran parte piuttosto futili, almeno viste da questa parte dell’Oceano.

Trama: i dieci anni – dal 2001 al 2011 – che hanno portato alla cattura di Bin Laden. Il lavoro dietro le quinte di tutti i servizi segreti della Terra, Cia in primo piano. E, dentro questa, il lavoro ancor meno conosciuto e visibile di una giovane donna che deve far valere le sue intuizioni in un mondo di super maschioni.

Negli Usa, gran bordello sull’uso mostrato della tortura. In realtà assai tenue (le foto di Guantanamo ci hanno mostrato ben altro) e tutto interno alle dinamiche americane. Per noi, interessante sapere che il film è partito con una sceneggiatura in cui Bin Laden non lo trovava nessuno ed è stata trasformata in fieri, con lo sceneggiatore Mark Boal (lo stesso di “Hurt Locker”) sul set ad aggiornare in tempi reali gli avvenimenti. Sulla cattura e l’uccisione di Bin Laden nel film non vi diciamo nulla, se non che le soluzioni adottate sono davvero di alta classe. Stesso dicasi per il finale, che aggiunge un tocco di sperduta poesia alla crudezza dell’insieme (azzeccata e brava l’interprete Jessica Chastain). Non tutto quel che si racconta è vero (negli Usa i conservatori hanno accusato Obama di aver aperto file “top secret” per la Bigelow). Diciamo però che è in parte verosimile.

Kathryn Bigelow però, a parte la sua dichiarata fede nazionalista (sul set il titolo del film era “Per Dio e per la Patria”), militarista e repubblicana, è soprattutto una brava regista, una che conosce bene il mestiere, sa mettere le mani nel motore e costruire una macchina che può piacere praticamente a tutti. Inutile polemizzare o sottolineare le inesattezze storiche, assurdo lanciarsi – come molti critici hanno fatto – con paragoni di altra levatura. Bigelow è una delle migliori giostre del circo hollywoodiano. Prendere o lasciare. Se prendete, sappiate che presto potrete godere anche di un “Dark Dirty Locker”, terzo film di una supposta trilogia militarista post-11 settembre, in cui Col. Bigelow ipotizza che le armi di distruzione di massa in Iraq c’erano eccome!

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