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Anna Karenina, by Joe Wright ★★☆☆☆

 
di Roberta Ronconi
Sembra che Lev Tolstoj sia stato ispirato a scrivere il “più grande romanzo del XIX secolo” (parole di Dostoevskij) dall’immagine di un gomito nudo di donna. Un fotogramma di carne che per lui diventa un’ossessione. Vero o meno, bisogna dire che questa ispirazione iniziale sembra pervadere il film di Joe Wright “Anna Karenina” (in corsa per quattro Oscar) che delle braccia, delle bianche pelli e dei corpi molli e sinuosi dell’aristocrazia russa dell’epoca fa uno dei filoni del suo racconto. La sua Anna entra ed esce da un enorme proscenio teatrale, a sottolineare la falsità e il manierismo vuoto dell’alta società russa vista dagli occhi del Tolstoj. Lui, che nel romanzo sembra in buona parte identificarsi con il proprietario terriero Levin, guarda ad Anna e alle sue passioni amorose con pietà ma anche un certo disgusto, verso una donna che ha perso se stessa e i veri valori della vita per un capriccio della carne.
Di quell’inarrivabile affresco morale, dell’immortalità dei personaggi di Tolstoij e dei sentimenti che li animano, nel film non rimane molto, incastrato com’è nel gioco della costruzione formale. Il teatrino, il balletto, il gioco, il corsetto, finiscono per prevalere sulle emozioni. Nonostante gli sforzi di Keira Knightley (al suo terzo film con Joe Wright, dopo “Orgoglio e Pregiudizio ” ed “Espiazione”) assai poco corrisposti dal Vronsky di Aaron Johnson, e nonostante le tante qualità dell’adattamento di Tom Stoppard (in meno di due ore, una perfetta sintesi del romanzo diviso in otto parti), il risultato è freddo, come un cuore privo di battito. L’unico Oscar meritato sarebbe quello ai magnifici costumi di Jacqueline Durran

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