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“Hatespeech e disinformazione organizzata, ora riposte ferme”. L’intervento di Antonio Nicita

 

Un’ondata di video che raccontano migranti violenti, irriguardosi e spietati invade improvvisamente i social all’inizio di agosto 2020, sembra il solito rigurgito razzista e odioso contro le Ong, invece coincide con il racconto che alcuni giornalisti stanno facendo sugli sbarchi e i campi libici. Gli stessi giornalisti smascherano i video e relative notizie rivelando che sono fake news destinate ad incitare odio e si beccano altro odio, insulti, minacce anche di morte. Questa è la battaglia corrente contro l’inquinamento dei pozzi della cronaca e forse pure della democrazia. La Fnsi ha presentato un esposto a firma del Presidente Giuseppe Giulietti col quale si chiede di tutelare il lavoro dei cronisti attaccati, da Angela Caponnetto, a Nello Scavo a Sara Lucaroni, ma questa volta, forse, la tutela non è sufficiente e non può bastare continuare a raccontare la realtà sulla base del riscontro delle notizie. Forse serve altro, regole per proteggere informazione e democrazia dagli inquinatori. Prova a mettere un po’ di ordine Antonio Nicita, commissario uscente di Agicom e docente alla Lumsa.

Ci risiamo con gli attacchi (minacce e insulti) sui social contro chi fa informazione documentata e smaschera le fake news. Non rileva un aggravamento della situazione?

Iniziamo innanzitutto con il rilevare una questione importante. In un certo senso, il fatto che ci siano gruppi organizzati dediti alla disinformazione e all’hatespeech con prevalenti finalità politiche e, aggiungo io, anti-sistema istituzionale, i quali non solo fanno il loro ‘mestiere’ di disinformatori ma organizzano squadre di attacchi e minacce a chi, da giornalista, smaschera la disinformazione è la prova del nove di un fenomeno d’intolleranza organizzata. Un fenomeno per nulla spontaneo, che punta a estremizzare la polarizzazione e propone contenuti antitetici ai principi costituzionali, come avviene nel caso della violazione della dignità della persona migrante, con messaggi che sono casi esemplari di hatespeech e che incitano alla violenza.

C’è chi ripete che si tratta soltanto di casi isolati e, in ogni caso, di normale dialettica, nel rispetto della libertà d’espressione.

Il caso del bersaglio sistematico alla persona migrante è la dimostrazione che siamo ormai di fronte a una cultura di hatespeech volutamente perseguita e ben organizzata. Questo va documentato e denunciato con forza, come fa lodevolmente Articolo 21. Il tempo delle mere coincidenze o dei casi isolati, credo sia finito. Un conto è un corretto e anche aspro dibattito sulle politiche migratorie, un altro è fare di ogni episodio criminale o di comportamento esecrabile di un migrante, un tweet, un manifesto del comportamento tipico di ogni migrante. Se si facesse un tweet per ogni crimine commesso da non stranieri in Italia, si finirebbe per intasare la rete. Perché si fanno tweet solo su tutti i presunti crimini commessi dagli stranieri e peraltro da una minoranza di essi?

 Sul tema dell’hatespeech, come dimostrano alcuni interventi Agcom, non c’è solo il web ma anche certa tv e certa stampa

Si tratta di fenomeni profondi e complessi. Certo c’è un ruolo del sistema mediatico nel suo insieme, di talune narrazioni convergenti come fossero quasi il frutto di una complessa strategia, a determinare questo clima culturale. Agcom ha diffidato una trasmissione di una rete tv privata nazionale per hatespeech. Ma è un paradosso che debba intervenire un’Autorità indipendente. Che paese è quello in cui una famosa cantante in quella trasmissione afferma che “i giovani africani” non sanno cosa fare e stuprano?  E il conduttore che precisa “non tutti”, lasciando intendere che la maggioranza dei giovani africani sarebbe fatta di stupratori? E qual è lo scopo o anche solo l’effetto di questa narrazione, molto spesso del tutto falsa o fuori contesto, se non quello di consolidare una cultura della paura e dell’odio? E chi ha interesse a generare questo clima? Sono domande che meritano una risposta. Devo dire che ascoltare un consigliere regionale affermare, pur in un momento concitato, che lui sparerebbe ai migranti è stata una ferita profonda, nonostante le successive scuse, un segno chiaro che siamo ormai andati oltre la linea d’allarme. Neppure la vicenda del Covid19, in cui per molti mesi gli ‘untori’ eravamo noi stessi, ha distratto dal tema dell’odio verso la persona migrante. Anzi sembra quasi che per alcuni il virus sia pressoché inesistente o non pericoloso solo se non è un migrante ad esserne contagiato.

 Dunque siamo di fronte ad un salto qualitativo delle strategie di disinformazione e di hatespeech?

Lo ha documentato il Copasir nella sua relazione al parlamento. Sui social, siamo di fronte a persone talmente abituate a costruire e a costruirsi, nella propria bolla mediatica, nel web e anche in certa stampa e in certa tv, una realtà unica, semplice, che somigli alla propria visione di come le cose vanno e di come, secondo loro, dovrebbero andare, da aver sviluppato una profonda intolleranza persino nei confronti di chi si preoccupi di documentare fatti che non sorreggono la loro narrazione. Così quando la brava giornalista Caponnetto smaschera una notizia falsa sui migranti diviene subito bersaglio di insulti e soprattutto di minacce. Questo germe d’intolleranza non va più sottovalutato, senza dover richiamare i precedenti tragici nella storia dell’umanità. E deve destare allarme e fermezza nella risposta. Dietro questo fenomeno, come ha confermato il Copasir, c’è l’indirizzo abile, e fino ad oggi incontrastato, di quanti puntano a parlare alla pancia delle persone perché smettano di utilizzare, autonomamente, la propria testa. E’ giunto il momento di dire, con coraggio, che questi strateghi della disinformazione perseguono finalità di propaganda politica. Peraltro, non si tratta di un fenomeno soltanto italiano e disponiamo ormai di una ricca letteratura interdisciplinare che lo documenta.

 

 

 

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