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Turchia, l’ultimo repulisti di massa prima della sospensione dello Stato di emergenza. Chiuso anche il teatro dell’Opera

 

A poco meno di  48 ore dall’incoronazione di Recep Tayyip Erdogan, che avvia la sua presidenza dai poteri assoluti, la Seconda Repubblica della Turchia inizia con un’ondata di arresti, provvedimenti di chiusura di testate giornalistiche e di enti e centri culturali e religiosi. Come il Teatro di Stato dell’Opera, chiuso su volere dello stesso presidente che ha disposto la sospensione anche delle esibizione del balletto.
Archiviata la cerimonia a Ankara, che ha visto tra gli ospiti internazionali accorsi a complimentarsi con il Sultano ‘vecchi amici’ come Berlusconi e Schroeder, Erdogan che aveva promesso la fine dello Stato di emergenza (entro il 18 luglio) prima di dar seguito al suo proposito elettorale ha voluto sfruttare il regime legislativo emergenziale per attuare l’ultimo repulisti di massa di persone a lui sgradite, almeno 2000 mila tra funzionari pubblici e militari sono finiti in carcere nell’ultima settimana. Dal fallito golpe del 15 luglio 2016 gli arresti sono stati oltre 100 mila e in 150 mila hanno perso il lavoro.
Dopo aver giurato in Parlamento e reso omaggio al mausoleo del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk, l’uomo che da 15 anni guida il Paese da ieri è anche il primo presidente con poteri esecutivi: presiederà il governo senza bisogno di un voto di fiducia e nominerà vicepresidenti e ministri, alti burocrati statali e giudici costituzionali e potrà emanare decreti esecutivi.
Un “regime con un uomo solo al comando” come denuncia l’opposizione che in Parlamento è rimasta seduta in silenzio in polemica mentre i deputati della maggioranza applaudivano al giuramento.
L’annuncio del nuovo esecutivo, che include anche alcuni tecnici, è avvenuto nella tarda serata di ieri. Nessuna sorpresa, anzi. Il Sultano ha ancora una volta confermato la sua propensione al nepotismo affidando l’incarico di ministro delle Finanze al genero Berat Albayrak, che fino a ieri guidava il dicastero dell’Energia.
Con il suo aiuto Erdogan è deciso a prendere il timone della politica economica e monetaria. Come conferma anche il decreto governativo pubblicato ieri sulla Gazzetta ufficiale che ha abrogato la clausola sul termine temporale di 5 anni per il mandato del governatore della banca centrale, riducendolo a quattro anni. Inoltre il governatore viene privato della parola in merito alla selezione dei vice-governatori (i quali non dovranno più avere un’esperienza decennale) che siedono nel Comitato della politica monetaria, l’organo che fissa i tassi di interesse. Insomma, dopo il bavaglio  all’informazione libera turca a essere silenziata, ora, è la Banca centrale. E non è la sola novità legata ai nuovi poteri che da questa legislatura fanno di Erdogan un ‘super presidente’.
Con l’entrata in vigore della riforma i cambiamenti all’assetto costituzionale del Paese hanno investito tutto il sistema di potere in Turchia. A cominciare dalla regolamentazione relativa allo stato di emergenza, argomento di stretta attualità in un Paese che vive sotto tale regime dallo scorso 22 luglio.
Se come annunciato da Erdogan verrà sospeso il parlamento potrà comunque istituirlo nuovamente entro tre mesi e addirittura potrebbe approvare una eventuale leva di massa.
Il presidente della Repubblica potrà anche proporre la sospensione o la limitazione di diritti civili e libertà fondamentali e disporre l’abolizione dei tribunali e dei giudici militari, con il numero dei membri della corte costituzionale che, di conseguenza, scenderà a 15.
D’altronde con la riforma è già cambiata la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, trasformato in “Consiglio dei giudici e magistrati” passando da 22 a soli 13 membri – di cui 3 di nomina presidenziale e gli altri 10 eletti dal parlamento ogni 4 anni – e che si riunirà sotto la presidenza del ministro della Giustizia.

Insomma tutto in mano a un unico uomo. Il Sultano se l’era studiata bene la riforma prima che chiedesse all’assemblea dei deputati di approvarla a maggioranza per poi legittimarla con il voto del referendum popolare, vinto di un soffio.
Il colpo da maestro è stato, senza dubbio, la ridefinizione dei meccanismi per la messa in stato di accusa del presidente della Repubblica. A proporla dovranno essere i vicepresidenti e gli esponenti del governo ma solo se rappresenteranno la maggioranza assoluta dei voti del Parlamento, composto da 600 parlamentari. La proposta dovrà essere poi discussa entro un mese e approvata dai tre quinti dell’Assemblea. In base alla composizione di quest’ultima sarà poi formata una commissione di 15 parlamentari che in due mesi (più un terzo eventuale) dovrà pronunciarsi sul caso è produrre un’ informativa per il parlamento cui spetterà la pronuncia definitiva nei 10 giorni successivi sulla messa in stato di accusa. Per rimettere al giudizio della Corte Suprema le più alte cariche dello Stato serviranno poi i due terzi dei voti a favore, e spesso con voto a scrutinio segreto. La Corte Suprema avrà 90 giorni (più altri eventuali 90) per pronunciarsi sull’incriminazione.
Unica disposizione rimasta inalterata quella in caso di sentenza di condanna per un crimine che comporta ineleggibilità. In quel caso l’imputato decadrà automaticamente dalla carica. Infine, ed è questa il vero capolavoro di Erdogan, con i due terzi dei consensi del Parlamento l’attuale presidente potrà anche svolgere un secondo mandato.
Insomma per altri 10 anni in Turchia il Sultano resterà saldamente al potere.

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